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	<title>23 novembre 1980</title>
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	<description>la memoria dentro</description>
	<pubDate>Thu, 09 Feb 2006 15:48:30 +0000</pubDate>
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		<title>La vita scorre a valle</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Feb 2006 15:32:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriella Bianchi</dc:creator>
		
	<category>storie</category>
	<category>documenti</category>
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		<description><![CDATA[&#8220;Qui c&#8217;era la fontanella. Voi dite: e allora?! ma per me quella era la fontanella&#8220;. Nella piazza, poco distante dalla cattedrale c&#8217;era la fontanella. Ora c&#8217;è solo una buca e qualche avanzo di ferro. Intorno erba, e poi le pietre. Non quelle venute giù la sera del terremoto, ma quelle rimaste attaccate, le une alle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[&#8220;<em>Qui c&#8217;era la fontanella. Voi dite: e allora?! ma per me quella era la fontanella</em>&#8220;. Nella piazza, poco distante dalla cattedrale c&#8217;era la <em>fontanella</em>. Ora c&#8217;è solo una buca e qualche avanzo di ferro. Intorno erba, e poi le pietre. Non quelle venute giù la sera del terremoto, ma quelle rimaste attaccate, le une alle altre. Quelle che ricordano ancora il paese com&#8217;era e che vita faceva. Anche la buca, che poi era una <em>fontanella</em>. Lei ha quarant&#8217;anni. Ne aveva quindici e oggi racconta. La <em>fontanella</em> mandava acqua fresca d&#8217;estate, e gelida d&#8217;inverno. Quell&#8217;acqua che scende leggera. Altro che bottiglie con tanto di sigillo di qualità. C&#8217;era la <em>fontanella</em>, c&#8217;era il paese. Oggi c&#8217;è un parco, un ricordo. Il paese è a valle. Conza è rimasta sulla collina. Vengono le scolaresche, qualche turista ongi tanto. <br />
C&#8217;era un foro romano. Ci sono passati i sanniti. E a rimuovere le macerie, arriva il passato, quello che nessuno conosceva, che nessuno si aspettava. <br />
Non è Pompei, ma anche lì tutto è rimasto intatto, con il tempo che si è fermato alle 19,35 del 23 novembre 1980. Una pentola caduta sotto al tavolo, la finestra dischiusa e la saracinsca abbassata. La vita scorre a valle, tra il fiume, il lago e gli alberi ancora giovani, più giovani dei ragazzi che sono partiti. 
<br />
<a href="javascript:lynkVideoPop(640,'1139480513');" class="lynkvp">Il parco di Conza</a>]]></content:encoded>
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		<title>25 gennaio 2006</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jan 2006 10:17:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriella Bianchi</dc:creator>
		
	<category>storie</category>
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25 gennaio 2006]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[Il video della cerimonia
<a href="javascript:lynkVideoPop(320,'1138616215');" class="lynkvp">25 gennaio 2006</a>]]></content:encoded>
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		<title>Medaglie al merito</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Jan 2006 09:40:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriella Bianchi</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Nel corso di una cerimonia al Quirinale, il Presidente della Repubblica Ciampi ha conferito la medaglia d&#8217;oro al merito civile ai comuni colpiti dal sisma dell&#8217;80. Stralci dei discorsi del presidente della Regione Campania Antonio Bassolino e del presidente della Repubblica.

Discorso Bassolino
Discorso Ciampi]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[Nel corso di una cerimonia al Quirinale, il Presidente della Repubblica Ciampi ha conferito la medaglia d&#8217;oro al merito civile ai comuni colpiti dal sisma dell&#8217;80. Stralci dei discorsi del presidente della Regione Campania Antonio Bassolino e del presidente della Repubblica.
<br />
<a href="javascript:lynkVideoPop(640,'1138440583');" class="lynkvp">Discorso Bassolino</a><br />
<a href="javascript:lynkVideoPop(640,'1138443173');" class="lynkvp">Discorso Ciampi</a>]]></content:encoded>
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		<title>A Laviano, ostinatamente</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Jan 2006 08:28:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriella Bianchi</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Il terremoto. Già. Ho ricordi indelebili. 23 novembre 1980. Quanti anni avevo? Ventitre. E già una figlia&#160; di un anno. Vivevo la vita come una sfida. Qualsiasi cosa purchè ci fosse l’occasione di andare oltre, di misurarsi con qualcosa o con qualcuno. Quasi mai niente di normale. E perciò quel pomeriggio ero con il mio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il terremoto. Già. Ho ricordi indelebili. 23 novembre 1980. Quanti anni avevo? Ventitre. E già una figlia&nbsp; di un anno. Vivevo la vita come una sfida. Qualsiasi cosa purchè ci fosse l’occasione di andare oltre, di misurarsi con qualcosa o con qualcuno. Quasi mai niente di normale. E perciò quel pomeriggio ero con il mio amico di sempre a scalare una montagna, Monte Cairo, sui cui contrafforti sorge la famosa abbazia di Montecassino. Le correnti turistiche si fermano li, ma a noi interessavano le cime, i valloni, i panorami immensi, incantevoli e solitari delle vette maggiori dove nelle giornate terse si possono ammirare i monti dell&#8217;Abruzzo e le isole Pontine.<br />Monte Cairo, appunto. Salendo avevamo attraversato i boschi di querce e più in alto di faggio e i castagneti. Poi l’arroccata finale. Sulle parti sommitali la vegetazione è scarsa e si va dritti alla vetta, arrampicandosi sulla pietra carsica tipica del monte.<br />Era stata una bella giornata. Arrivati in cima ci eravamo rifocillati e poi distesi a riposare, tra cazzate, discorsi seri, risate e contemplazione del silenzio e di quella spettacolare immensità.<br />Era ora di scendere. Eravamo pallavolisti a tempo pieno alla ricerca di sfide. Era come liberare degli stambecchi. Via: chi arriva prima li, chi riesce a saltare su quella roccia&#8230;<br />Quella roccia. Su quella roccia a strapiombo su un precipizio Sergio improvvisamente si ferma e resta immobile.<br />“Che cavolo hai?”<br />“Mario ho l’impressione che debba succedere qualcosa”.<a id="more-44"></a><br />“Ma vaffa&#8230; Chissà che cavolo pensavo&#8230;”<br />“Mario, sul serio, ho un’impressione strana.”<br />“Sergio, lascia stare, hai respirato troppo ossigeno, scendi da quella cazzo di roccia e scendiamo che è tardi.”<br />Sergio guarda ancora giù, poi lentamente si gira e via ancora di corsa&nbsp; verso casa.<br />Adesso siamo arrivati. Alla televisione c’è novantesimo minuto.<br />All’ improvviso un boato, la terra che trema, l’impressione di essere dentro uno shaker. La gente che scappa, le grida, la paura nei volti.<br />Le persone in piazza, la notte in strada, le prima notizie certe: in Irpinia e Basilicata ci sono paesi interamente distrutti, migliaia di morti. Il tempo è pessimo, i soccorsi sono difficili occorrono aiuti oltre a cibo, vestiti ecc.<br />Sergio, che facciamo? Andiamo?<br />Ok. Chiamiamo Alberto,&nbsp; che porti la sua Renault 4, così possiamo caricare più roba.<br />Si riempie la macchina di tutto il possibile (cibo in scatola, vestiti ecc.), reperito in pochissimo tempo. Si passa quindi al nostro Comune e ricevute qui vaghe notizie sulla destinazione migliore (o peggiore, dipende dai punti di vista)&nbsp; finalmente,&nbsp; contro la volontà di tutti i parenti (ricordo ancora l’ostilità furiosa della mia prima moglie e la preoccupazione dei miei genitori) si parte.<br />Ce ne andiamo di notte. Tempo da cani. Freddo, pioggia e anche nevischio. Sappiamo che Sant’Angelo dei Lombardi e molti paesi vicini sono devastati.<br />Prendiamo quella direzione e arriviamo sul posto all’alba. I segni del terremoto sono immediatamente visibili, ma non sappiamo ancora quello che ci aspetta. Alcune strade sono interrotte da profonde spaccature e il terreno, in alcuni punti, sembra aver ricevuto terribili frustate.<br />Ci sono chek point dell’esercito che dirottano i soccorsi a seconda dell’equipaggiamento.<br />“Ragazzi, non avete abbigliamento adeguato, la situazione più avanti è troppo difficile per voi, vi apprezziamo, ma lasciate i vostri aiuti lì e tornate a casa”.<br />“Non abbiamo fatto tutta questa strada solo per portare un po&#8217; di roba, sappiamo che serve gente per lavorare, noi siamo qua principalmente per questo”.<br />“Ragazzi, grazie, ma lì ci vuole pelo sullo stomaco. Non è roba semplice.”<br />“Dacci quello che serve: casco, guanti ecc. e lasciaci provare”.<br />“Ok. Va bene. Io però vi ho avvertito. Andate in direzione Laviano. Li vi daranno quello che vi serve.”<br />Laviano era un paesino sopra una collina. Pioveva e nevicava a tratti Non c’era molta visibilità. Avvicinandoci non abbiamo realizzato subito. Ma dopo! La sferzata del terremoto lo aveva fatto crollare su stesso,esattamente come le torri Gemelle di New York. L’unico spazio parzialmente libero da macerie era la piazza del paese, divenuta punto di ritrovo e organizzazione. Ogni descrizione comunque non avvicinerebbe alla realtà. Le fotografie pubblicate sul vostro sito sono più adeguate a ricordare quello scempio.<br />Mi fece impressione vedere automobili letteralmente “piallate” dai massi e, soprattutto, le case squarciate, aperte in due, con ancora i segni di una quotidianità recisa all’improvviso.<br />Ci muniscono dello stretto necessario e con poche parole ci chiedono dapprima di cercare i morti.<br />Ne ricordo uno in particolare, trovato sopra una montagna di macerie. Pesa incredibilmente e io e Alberto non ce la facciamo a portarlo giù. Prendiamo allora una porta per usarla come barella, ma scendendo cadiamo più volte inciampando sulle macerie. Ogni volta riprendiamo quel cadavere e lo rimettiamo su quella barella di fortuna. Scempio su scempio. Altri morti, solo morti.<br />Ci avevano detto di segnalare segni di vita.<br />Nel freddo e nel nevischio stavo esplorando una parte del paese, arrampicandomi su una collina piena di rottami e detriti quando, all’improvviso, sulla sua sommità vedo la copertura di una stalla miracolosamente in piedi e, sotto ad essa, un asino ancora vivo.<br />In tutta quella morte mi sembra un miracolo e allora preso da un’euforia incredibile inizio a gridare “E vivo!, E’ Vivo! E’ Vivo! Non la smetto di gridare. Gli altri da giù non vedono l’asino e non possono capire a cosa mi riferisco. Credono sia una persona. Tutti allora si affannano a salire e arrivati su mi gridano: dov’è, dov’è? Indico l’asino, che intanto mi guarda con occhi invasi dal terrore, intrappolato in cinque, sei metri quadrati e senza alcuna possibilità di fuggire, se non quella di buttarsi giù dalle macerie e morire.<br />“Ma è un asino?”<br />“Si”.<br />Un militare: “Ragazzo noi dobbiamo pensare alle persone, solo a quelle”.<br />“E l’ asino”<br />“Dobbiamo lasciarlo lì, c’è altro da fare, capisci”.<br />“Morirà”.<br />“Si, morirà.”<br />Mi mette una mano sulla spalla “Adesso andiamo giù, hai fatto anche troppo, devi riposarti”.<br />Vado giù. Continua a piovere e a nevicare a tratti. Il freddo è intenso. Riposarsi significa che prendo un contenitore con la pompa a spruzzo per il verderame, me lo carico sulle spalle e comincio a spruzzare il liquido sulla pancia dei morti , messi in fila sulla piazza. Non so che sostanza sia, ma so che occorre farlo per evitare il propagarsi delle infezioni. Alberto in un attimo di distrazione spruzza il liquido negli occhi di Sergio che resta accecato per ore.<br />Adesso mi chiamano. Ho un altro incarico. Siccome in paese la percentuale dei morti è altissima, c’è difficoltà a trovare persone che li possano riconoscere. Vengo adibito a questo incombenza. Accompagno parenti, amici, conoscenti ad identificare i cadaveri. Ogni volta che qualcuno di questi viene riconosciuto scopro nel volto di quel parente, amico o anche conoscente in un attimo ma contemporaneamente emozioni di incredulità, ira, dolore e alla fine, molto spesso, abbandono. Abbandono a un pianto, a un grido, a un gesto di rabbia contro il mondo.<br />E’ ormai buio. Siamo gli unici civili in quel posto di morte.<br />Bisogna ritirarsi al campo. Il campo è il campo sportivo più a valle adibito a tendopoli. Alla porta d’ingresso un ufficiale medico in almeno mezzo metro di fango, ci pratica un’iniezione sul sedere. Noi accettiamo senza neppure chiedere cosa sia.<br />Quanto fango c’era in quel campo, mai più visto così tanto e così profondo.<br />In quel contesto da tregedia ho trovato i migliori sentimenti dell’ uomo. Forse è vero che senza sofferenza la virtù avvizzisce. C’era comprensione, collaborazione, spirito di sacrificio, partecipazione al dolore degli altri. Lì più che altrove ho visto l’amore.<br />Ricordo, durante il viaggio di ritorno, la gente disperata che ci chiede un vestito, una scatoletta di cibo&#8230; Noi abbiamo consegnato tutto, ma possiamo dare un gesto di affetto, una parola di coraggio.<br />Non sono più tornato a Laviano. Con Sergio e Alberto a volte parliamo di andarci. Chissà.<br />Al ritorno ho dormito quasi due giorni di fila. Mai più successo in vita mia.<br />In quel posto ho visto la morte, ma ho imparato ad averne meno paura e ho conosciuto la forza della solidarietà.</p>
Mario Tamburrini]]></content:encoded>
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		<title>Laviano</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Jan 2006 09:24:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriella Bianchi</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[
Salerno, 23 novembre 1980 ore 19,34. Avevo 17 anni e un paese luogo dell&#8217;infanzia: Laviano, tanti affetti&#8230;cugini&#8230;zii&#8230;amici&#8230; in particolare Diego e Fausto&#8230; miei cugini ma soprattutto miei amici, compagni di giochi, compagni d&#8217;avventura, tutte le estati, per i primi 16 anni della mia vita, le ho trascorse là, insieme a loro.Estate 1980, ormai, a 17 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[
Salerno, 23 novembre 1980 ore 19,34. Avevo 17 anni e un paese luogo dell&#8217;infanzia: Laviano, tanti affetti&#8230;cugini&#8230;zii&#8230;amici&#8230; in particolare Diego e Fausto&#8230; miei cugini ma soprattutto miei amici, compagni di giochi, compagni d&#8217;avventura, tutte le estati, per i primi 16 anni della mia vita, le ho trascorse là, insieme a loro.<br />Estate 1980, ormai, a 17 anni, i primi amori&#8230; gli amici all&#8217;oratorio salesiano a salerno&#8230; decido, ed è prima volta, che quell&#8217;estate non ci andrò a laviano.<br />Potessi tornare indietro&#8230; potessi decidere diversamente&#8230; adesso avrei un ricordo dell&#8217;ultima estate con Diego e Fausto, prima che la notte li inghiottisse entrambi per sempre.<br />Per anni sono stati la mia ossessione. Per anni ho sentito forte il senso di colpa. Per anni ho pensato che solo il caso aveva voluto che io, come sempre, non mi trovassi insieme a loro proprio quella notte&#8230;..<br /><a id="more-43"></a>Ogni giorno penso al mio paese, a come era bello, alle sensazioni semplici che mi trasmetteva, alla sirena del comune che avvisava che era ora di pranzo perchè anche i contadini sperduti nelle terre più distanti dal paese sapessero che era finalmente ora di mangiare. La festa patronale, i fuochi d&#8217;artificio, le partite di pallone nel cortile del castello, le voci di Fausto e Diego che, ancora oggi, mi risuonano nella mente&#8230;.<br />Come era bello il mio paese. Adesso è una collina, ci sono perfino cresciuti gli alberi al posto del sangue e di tanti corpi straziati.<br />Adesso posso andarci solo con la mente: ne percorro le strade, ne vedo i colori, ne sento perfino i profumi, e nessuno me lo potrà più rubare&#8230;<br />
Gerardo Lupo<br />]]></content:encoded>
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		<title>Cammini senza capire, senza morire</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Dec 2005 17:58:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>EdmondoMarra</dc:creator>
		
	<category>storie</category>
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Si arriva così alla fine del mondo e alla sua ricostruzione. Solo chi non l’ha vissuto non può capire quello di cui è capace l’animo umano. Sono finiti duemila anni di storia. Un paese viene cancellato nella sua cultura, nella sua quotidianità, nei suoi valori. Forse è Iddio che vuole il cambiamento, ma non riuscirà [...]]]></description>
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<p>Si arriva così alla fine del mondo e alla sua ricostruzione. Solo chi non l’ha vissuto non può capire quello di cui è capace l’animo umano. Sono finiti duemila anni di storia. Un paese viene cancellato nella sua cultura, nella sua quotidianità, nei suoi valori. Forse è Iddio che vuole il cambiamento, ma non riuscirà nel suo intento di migliorare gli uomini. Si preannuncia un periodo di sviluppo edilizio incontrollato e di distruzione di quei pochi valori ideali che erano rimasti nella storia. Il compendio del mondo si riversa su un popolo che stava ritrovando la pace dopo tante sofferenze. La maledizione si rinnova, il diavolo scacciato dal monte San Michele che sovrasta Volturara si vendica ancora, scende nella piazza principale e emana i suoi malefici su tutti. Si perde il lume della ragione e dei sentimenti, si imbarbariscono gli animi e le menti. Usa personaggi per distruggere e non costruire. Appiattisce i pensieri. Disidrata gli animi. <br />23 Novembre 1980 ore 19,34. Una domenica come tante. L’Avellino, in serie A ha vinto 4-2 con l’Ascoli, due gol del negretto brasiliano Juary, che dopo i gol danzava intorno alla bandierina del calcio d’angolo. In televisione è incominciata da poco la replica di Inter - Juventus. E’ già sera con una luna piena grande come una casa. Fa appena, appena un poco freddo. <br />Il sibilo comincia all’improvviso, diventa un tuono, mentre tutto si agita in modo sconquassato. <a id="more-42"></a>Se ne va la luce e nel buio emergono le paure ancestrali di chi è di fronte alla morte nella sua solitudine umana. Cerchi di capire che cos’è mentre ti aggrappi alla parete che nemica si allontana dalla tua mano. Poi un lampo ti squarcia la mente. Il terremoto!, e non sai cosa fare.<br />Brancoli nel buio per cercare un appiglio, per vedere una luce, ma la polvere che si alza ti fa capire che sei finito. Tutto balla. E’ ridicolo a pensarci, ma tragico nel viverlo. Cammini senza capire, senza morire. Tocchi i tuoi cari che urlano e vuoi calmarli. Usciamo fuori, ma il fuori dov’è? Ti accucci le mani sulla testa per non sentire dolore per i calcinacci che cadono… poi il silenzio, e polvere, solo polvere, tanta polvere. Tossisci, tossiscono tutti. <br />Gridano ancora, chiamano i nomi. Si abbracciano piangendo, li abbracci piangendo. Ti allontani dalle case all’aperto per una istintiva paura, poi incominci a contare i parenti. Non manca nessuno, mentre tutti pregano. E’ la fine del mondo. Dio ci punisce per i nostri peccati. Madonna aiutaci. Madonna! saranno morti tutti. Si incominciano a intravedere ombre vicino a noi che passano e gridano e piangono e pregano. Sono storditi, confusi, abbracciano chiunque incontrano e piangono e pregano. Qualcuno ride, più per nervosismo che per essere scampato alla morte. Guardo l’orologio sono le 19,45 ! Sento tremare sotto i miei piedi e mi blocco. Gli stessi brividi di prima, lo stesso sudore, la stessa paura. Oddio ricomincia. E’ un attimo, la ragione mi dice che non sarà come prima, ma ho paura lo stesso. Via Carmine è un unico mucchio di macerie. I primi piani sono crollati sul marciapiede e si sentono lamenti dei feriti. A pochi metri con sulla pancia metri di pietre e di polvere si intravede il volto dell’ingegnere Di Feo pallido, bianco di polvere e rantola senza parlare, sudato. Ci vuole molto tempo prima di estrarlo dalle macerie, sulle gambe la base della finestra del primo piano che pesa un quintale. Povero uomo! è morto! Lo prendono e a braccia lo portano via, non so dove. <br />Sembrano ombre che vagano. Sporchi di polvere e di paura, vanno e vengono alla luce della luna in un mormorio che sovrasta le persone e rende la scena immortale e senza tempo nei ricordi di chi l’ha vista. Finisce la polvere, sono le 20,05. La luce della Luna rischiara la sera. Piccoli fuochi si accendono intorno a persone spaurite. Qualcuno si ferma chiedendo notizie e ringrazia Iddio ad una risposta positiva. Altri più in là si abbracciano e raccontano. Scendo verso piazza Mercato e vedo un ragazzo che piange, non è di Volturara. Indica un luogo pieno di polvere a gesti senza saper parlare. Lo aiutano a scavare. Il suo amico è là soffocato sotto mezzo metro di polvere con la faccia in giù. Si dispera. Erano venuti da Montella a trovare delle ragazze. Il suo amico aveva trovato la morte davanti al portone dei Mingone. Vedendo il Palazzo delle farmaciste cadere, si era buttato sull’altro lato della strada, ma non era stato fortunato. <br />Le prime notizie incominciano a circolare. Dietro ai Portoni hanno trovato Immacolata sepolta dalle scale mentre fuggiva. <br />Davanti al monumento ai Caduti Pasqualino cerca qualcuno che lo aiuti a trovare la madre e la sorella Elvira. Ha un oscuro presentimento. Arcangelo Marra lo porta al Freddano dove abita. Chiamano a gran voce ma tutto intorno è crollato. Un’altra scossa improvvisa consiglia loro di allontanarsi. Le trovano il giorno dopo sotto le scale abbracciate nell’ultimo inutile tentativo di mettersi in salvo. <br />Cerchiamo di portare aiuto a chi ha bisogno, mentre decine di macchine portano i feriti all’ospedale. Vengono estratti vivi dalla macerie in via Croce Fiorenzo, simbolo del sisma con il dente dell’epistrofeo rotto. Vivo per miracolo! Il cugino Lucio con le gambe rotte, e sua madre Antonia, a cui volevano amputare un piede, salvato poi dai medici di Bologna, dove si ricovererà in seguito. In via Dante Alighieri sotto la casa crollata a pila di libri vengono estratti vivi Masucci Michele e la moglie Elisa. Ognuno racconta e sono tutte tragedie sfiorate. In via Vincenzo Pennetti nella discoteca di Antonio Sarno, c’erano una ventina di ragazzi, tutti salvi per miracolo. In Piazza la Chiesa Madre e le pietre del Campanile sembravano rincorrere tutti quelli che scappavano. In Piazza Carmine crollò tutto. Secoli di fede distrutti in novanta secondi. Scomparsa la Chiesa del Carmine, il Cuore di Gesù, la Chiesa dell’Addolorata. Era divenuto tutto piatto con cumuli di macerie sparse qua e là. Si vede un orizzonte irreale,<br />mentre ombre vaganti si abbracciano. Moltissime persone si rifugiano dietro al Serrone, portando i vecchi nelle automobili all’aperto vicino al Campo sportivo. La scossa dell’una di notte è forte quanto la prima, ma più breve. Non ci sono vittime perché tutti stanno all’aperto. Dal Serrone si vedono crollare interi fabbricati in prolungamento Via Cupa, mentre la terra sembra cullarti in modo ondulatorio. <br />La paura passa lentamente quando le prime luci dell’alba si alzano sui racconti di passati terremoti e sventure fra gente infreddolita e piena di sonno. Manca acqua e luce, la giornata è fredda. Pensi che sei rinato e che vuoi goderti la vita attimo per attimo dopo aver vissuto questo cataclisma. Il paese si anima ma nessuno guarda nessuno, tutti presi ad andare a controllare ciò che ha perso, ciò che può recuperare e dove metterlo. La radio da le prime notizie. E’ un disastro immane da Balvano a Napoli, chissà quanti morti! Durante la giornata un arrivo continuo di Volturaresi dall’Italia e dall’estero per cercare i propri familiari e macerie, tante macerie sparse per le strade. Andiamo in campagna a Tortaricolo da zia Ida, ammassati a dormire vestiti, pronti a scappare al minimo rumore. Torno in paese. I soccorsi incominciano ad arrivare, le notizie pure, ed è la certezza di una catastrofe. Balvano con i fedeli morti sotto il crollo della Chiesa; Sant’Angelo che conta centinaia di morti ed interi palazzi adagiatisi su se stessi. Lioni rasa al suolo. In paese chi può scappa. Cerchiamo di organizzare un pronto Soccorso nel Campo sportivo sotto una tenda. Si distinguono per impegno i ragazzi del gruppo Gi. Fra con Padre Emilio. Il Sindaco Silvio Masucci si trova impreparato a fronteggiare un evento del genere ed i vari amministratori vanno per conto proprio spesso in antitesi tra di loro. Le tende che arrivano vengono sistemate nel Campo Sportivo, distruggendolo <br />per sempre! Come era bello negli anni 70, quando si riempiva di pubblico e di giovani. Sceglieranno di ricostruirlo al Dragone in una zona senza sole, fredda ed umida. Errori del dopoterremoto, fare senza programmare, senza tenere in nessun conto le esigenze della popolazione, ma è solo l’inizio. Si crea un centro raccolta nelle Scuole Medie di Viale Rimembranza e nelle scuole Elementari di via Serrone. Il Comune viene spostato nella Palestra della Scuola Elementare di Viale Rimembranza. La sede operativa del Comune e dell’Amministrazione è al primo piano delle scuole medie. Arrivano le giacche a vento e “zompa chi può!” Arrivano i cappellini antipioggia e chi più ne può più ne piglia. Arrivano le coperte e si forma una fila di più di mille persone. Arriva del parmigiano e della pasta e per un “cuoppo di maccaruni” si azzuffano centinaia e centinaia di persone, mentre i furbi fanno incetta di tutto e di più. E’ inutile fare i nomi, il tempo fa dimenticare tutto, ma resta il fatto che alcuni personaggi riuscirono a riempire le case di oggetti, di indumenti e di alimenti. Si racconta di decine di prosciutti trovati marciti al Dragone dopo settimane, di indumenti nascosti nelle casse da morto, mandate per eventuali vittime, dalle quali uscivano prelevate di notte e nascoste nelle case. La cosa più simpatica la fece Celestino, celebre beone che presa una di queste casse, la portò in piazza Carmine e vi ci si addormentò dentro ubriaco. Lo prelevarono i carabinieri la mattina dopo. <br />Episodi vergognosi e disgustosi alternati a scenette gustosissime che dimostrano la capacità di sopravvivenza e di improvvisazione del nostro popolo. Un signore, di cui non faccio il nome, ma che conosco molto bene, esce dalle Scuole Medie indossando una giacca a vento nuova di zecca, sembra un po’ ingrassato. Il bello che quando si toglie a casa la giacca a vento sotto ne nasconde un’altra altrettanto nuova, perciò sembrava un po’ più grasso. Non gliene bastava una ne aveva preso due! Una scena altrettanto gustosa l’ho vissuta in prima persona. Un mio amico adocchia un paio di stivali imbottiti di lana appoggiati sul davanzale di una finestra nelle Scuole Medie. Decide di prenderli, ma siccome il portone della scuola era controllato per non far entrare gente, li nasconde in attesa di un momento migliore. Si mette d’accordo con suo fratello e lo fa aspettare dietro il palazzo. Apre la finestra e butta uno stivale che il fratello prende. Sta per lanciare il secondo, ma delle voci che si avvicinano lo bloccano. Appoggia lo stivale sul davanzale, chiude la finestra e si allontana. La sera rivede lo stivale nelle mani di Nicola, il custode, che minaccia a destra e a manca chiedendo la restituzione dello stivale mancante. Lo poggia a mo’ di monito sul tavolo e se ne va. Aveva uno sguardo tagliente e penetrante su di un viso ovale e faceva paura al solo guardarlo negli occhi. Il risultato fu che il giorno dopo per paura di essere scoperti e di una eventuale rappresaglia i due stivali troneggiavano sul tavolo con grande soddisfazione di Nicola. <br />Superata la fase dell’emergenza inizia la sistematica presa di potere di un’Amministrazione che si dimostrerà nel prosieguo non all’altezza della situazione creando le premesse di un futuro senza valori in cui il senso di Giustizia è rappresentato solo dall’appartenenza al gruppo e da vassallaggio alle idee, intese più che altro come pragmatismo esasperato. <br />Sono i tempi in cui in Provincia il potere politico afferma i canoni dei nuovi valori fatti di praticità e di appartenenza. Una piramide di favoritismi e sudditanza “creare il bisogno per gestire le menti” che con il dopoterremoto si espanderà in Italia teorizzando il rampantismo purché di appartenenza. “Chi non accetta o critica è inaffidabile, perciò da isolare ed eliminare politicamente creandogli il vuoto intorno”. Qualcuno lo migliorerà rendendolo amorale. Il “tu vali se sei dei nostri” renderà una classe dirigente succuba e cascettona in cui l’unico collante è il potere per il potere ed il Dio denaro. <br />Una lunga catena di sudditanza che nemmeno “Mani Pulite” riuscirà a cancellare, anzi creerà i presupposti per la ricerca stupida di idoli più o meno di terracotta. E’, ritornando a noi, l’inizio e la vittoria della coscienza nera dei vecchi gruppi di potere succedutisi negli ultimi due secoli e che la ripresa economica degli anni settanta sembrava aver cancellato per sempre. <br />Famiglie decadute e/o scomparse avevano fatto posto a figli di contadini che con il commercio o con l’emigrazione cercavano di dare ai propri figli, mandandoli a scuola, valori di crescita sociale e culturale nel rispetto di valori cristiani,familiari e di giustizia sociale.<br />
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		<title>Fan presto i bimbi a dimenticare</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Dec 2005 16:51:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriella Bianchi</dc:creator>
		
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Sull’altare di mattonii bimbi offrivano margherite:chissà se Dio ha mai accettato&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160; &#160;quelle offerte.Dall’alto di questa torre,quando la terra non è troppo caldao il cielo non è troppo nuvoloso,puoi vedere cosa resta di un luogo,ogni giorno una casa in menoogni giorno un vuoto in più nei ricordi.Fan presto i bimbi a dimenticare,i loro giochi non son [...]]]></description>
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<p style="margin: 0cm 0cm 0pt;"><span lang="EN-GB" style="font-size: 10pt;"><font face="Verdana">Sull’altare di mattoni<br />i bimbi offrivano margherite:<br />chissà se Dio ha mai accettato&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; &nbsp;<br />quelle offerte.<br /><br />Dall’alto di questa torre,<br />quando la terra non è troppo calda<br />o il cielo non è troppo nuvoloso,<br />puoi vedere cosa resta di un luogo,<br />ogni giorno una casa in meno<br />ogni giorno un vuoto in più nei ricordi.<br /><br />Fan presto i bimbi a dimenticare,<br />i loro giochi non son sempre uguali,<br />nascondersi dietro macchine<br />o nascondersi dietro macchie verdi<br />per loro è uguale.<br /><br />L’orizzonte, l’orizzonte non è più stretto,<br />non è più stretto su quattro tetti<br />dove anche il sole non si rifletteva;<br />l’orizzonte,<br />l’orizzonte non è più lo stesso<br />e non puoi misurarlo con l’eco di passi<br />che non sono più i soli a perdersi nella notte.<br /><br />§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§<br /><br />La notte ha tanti colori,<br />anche il colore della noia<br />che poche volte fa rima con la paura.<br />Non si perderanno più i passi nella strada,<br />non sarà più l’abitudine a guidarti nella notte,<br />non saranno più le facce solite a salutarti;<br />tutto è andato in una notte,<br />l’uomo che ti guardava distrutto<br />è andato via con le sue cose<br />e non tornerà sui suoi passi;<br />nella nebbia di tufo non ti resta<br />che bagnarti la gola<br />e cercare di avere paura,<br />ma la paura non verrà mai<br />perchè non saprai mai cosa accadde.<br />La ruota della vita gira stranamente,<br />un minuto od un secondo la possono fermare,<br />ma non ti chiedi perchè aver paura?<br /><br />Son tutti lì che vengono avanti<br />(come nel quadro del Quarto Stato)<br />e la libertà in prima fila<br />non saprai mai che nome aveva,<br />non saprai mai cosa dicevano i suoi occhi,<br />tu vi hai letto la paura<br />ma potevano anche dire<br />la gioia di essere vivi.<br />Ventun volte attorno ad un fuoco,<br />ma mai per una notte intera,<br />tante scene come in un grande libro:<br />due pagine sopra o due pagine sotto<br />si moriva. <br /></font></span></p><p style="margin: 0cm 0cm 0pt;"><font size="2" face="Arial"></font><font face="Verdana">&nbsp;&nbsp;&nbsp; &nbsp;&nbsp;&nbsp; &nbsp;&nbsp;&nbsp; 
&nbsp;&nbsp;&nbsp; &nbsp;&nbsp;&nbsp; &nbsp;&nbsp;&nbsp; luigi 
roca</font></p>
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		<title>Forza, scendiamo!</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Dec 2005 16:48:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriella Bianchi</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Grumo Nevano (provincia di Napoli)io ci provo a raccontarlo ..in breveSeduto in soggiorno a vedere il secondo tempo della partita Juve-Inter (altri tempi davano la registrazione dopo Novantesimo minuto) sento il divano ballare &#8230; guardo il lampadario dondola, quanto dondola , mi gira la testa ,&#160; capisco che è il terremoto , c&#8217;è un boato, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[Grumo Nevano (provincia di Napoli)<br />io ci provo a raccontarlo ..in breve<br /><br />Seduto in soggiorno a vedere il secondo tempo della partita Juve-Inter (altri tempi davano la registrazione dopo Novantesimo minuto) sento il divano ballare &#8230; guardo il lampadario dondola, quanto dondola , mi gira la testa ,&nbsp; capisco che è il terremoto , c&#8217;è un boato, mia moglie è in cucina urla &#8230;cosa è cosa è &#8230; prendo in braccio mio figlio Giuseppe (5 anni) , arriva dalla sua stanza mia figlia (10 anni) che piange , urlo &#8230;&quot;via via &#8230; è il terremoto &#8230;.sotto gli archi delle porte&quot; &#8230; apriamo la porta d&#8217;ingresso &#8230;continua a ballare tutto &#8230;va via la luce &#8230;. <a id="more-40"></a> mia moglie vuole scendere&#8230;&quot;la scala è pericolosa &quot; urlo &#8230;cadono calcinacci dal soffitto della tromba delle scale &#8230; sono solo quattro rampe per arrivare all&#8217;aperto&#8230; è tutto buio &#8230; stringo i ragazzi a me ..e mia moglie &#8230;&quot;Forza scendiamo ..accostati alla parte &#8230;lontani dalla ringhiera&quot; do l&#8217;accendino a mia figlia &quot;tienilo acceso&quot; tutti stretti non so quanto tempo dopo siamo arrivati in giardino &#8230; salvi &#8230;tutto balla ancora e c&#8217;è una nebbia polverosa &#8230;<br />Non so quanto tempo è passato dall&#8217;inizio delle scosse ma quel viaggio sulle scale lo ricordo eterno mi fermo qui ..ho fatto già una fatica tremenda a rivivere quei momenti che credevo cancellati..mi hanno dato ancora terrore<br />Raffaele Abbate<br /><br />
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		<title>Il mio 23 novembre</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Dec 2005 16:42:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriella Bianchi</dc:creator>
		
	<category>storie</category>
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		<description><![CDATA[..quella domenica..fu una domenica stranamente calda, il cielo era limpido ed azzurro anche se eravamo quasi a fine novembre. Con i compagni di quegli anni dopo aver assistito alla partita di calcio della squadra della nostra città, ci rincontrammo come ogni domenica sera nelle vicinanze del nostro ritrovo.
In quel periodo eravamo presi da uno scritto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[..quella domenica..fu una domenica stranamente calda, il cielo era limpido ed azzurro anche se eravamo quasi a fine novembre. Con i compagni di quegli anni dopo aver assistito alla partita di calcio della squadra della nostra città, ci rincontrammo come ogni domenica sera nelle vicinanze del nostro ritrovo.<a id="more-39"></a>
In quel periodo eravamo presi da uno scritto che volevamo rappresentare teatralmente, un misto di satira grottesca e politica ma il tutto andava limato un pò per non avere troppe negazioni da parte del parroco che ci ospitava.
Erano quasi le 19,30 e si era nella nostra stanza, al piano di sopra,&#8230;io appoggiato allo stipide della porta osservavo le prove,&#8230;poi&#8230;
Un rumore&#8230;.distrattamente iniziai ad ascoltarlo&#8230;era come un grosso trattore che si stava avvicinando&#8230;il rombo cresceva&#8230;i vetri delle finestre vibrarono sempre più forte&#8230;il rumore si fece d&#8217;improvviso un ruggito&#8230;in me si concretizzò una convinzione&#8230;prese forma una parola..&#8221;terremoto&#8221;, ma solo nella mia mente.
Nei giorni seguenti m&#8217;interrogai su quella cosa, eppure non l&#8217;avevo mai sentito, ne percepito però fu netta quella presa di coscienza.
Urlai&#8230;&#8221;fuoriiiii&#8221;&#8230;.e corsi sul pianerottolo&#8230;e mentre stavo saltando la prima rampa di scale..vidi la parete di fronte lesionarsi&#8230;e ricordo ancora lo stupore nell&#8217;osservare i mattoni cadere..uno dietro l&#8217;altro..come se ci fosse un qualcuno che li spingesse da dietro. Non so come ma saltando le scale che intanto si riempivano di detriti arrivai fuori e mi fermai a distanza dal fabbricato&#8230;quel rumore assordante era lì tutt&#8217;intorno&#8230;guardavo i miei piedi fermi, guardavo le scarpe, erano ferme ma io saltellavo senza muovermi&#8230;incredulo&#8230;si incredulo&#8230;sobbalzavo..poi tutto si sfumo&#8230;e d&#8217;impeto..si alzarono le grida&#8230;gli urli&#8230;umori assordanti.
Dall&#8217;edificio vennero fuori tutti&#8230;.la strada si riempì&#8230;con i compagni ci radunammo poco lontano…mi accorsi che mancava a colpo d’occhio qualcuno…il parroco…l’anziano parroco…senza pensarci in quel momento rientrai nell’edificio..non fu un gesto ..importante..,…no…non ci pensai nemmeno ai crolli…entrai…corsi sui detriti per le scale in su…e lo trovai che barcollando era aggrappato alla balaustra discendendo tra lo spavento e l’incedulità. Lo presi sottobraccio e lo portai velocemente fuori.
Mi ricordai della mia famiglia, corsi…la raggiunsi…erano tra la folla tutti lì in strada.
Trascorsa qualche ora entrammo in auto per sederci e socchiudere un po’ gli occhi…nel dormiveglia ogni tanto con il polsino della giacca eliminavo il vapore accumulato sul vetro…le figure…camminavano lente. Esse sembravano spettri che non sapessero dove andare…quasi un camminare necessario, obbligato, ma senza meta. Erano circa le 4,00 del mattino e guardando più attentamente…vidi una figura un po’ diversa dalle altre avanzare…un cappello di lana calato fin su gli occhi, uno zaino militare in spalla, barba folta.
E fu così che conobbi il primo, Mario un obiettore di coscienza partito da Roma fu il primo…poi vennero tutti gli altri,…Maura, Angelo, Roberto, Flavio,…e altri ancora. Mani diverse, accenti diversi…ma tutti loro con un unico cuore…a me hanno lasciato il ricordo…e quello che significa essere un..volontario. Hanno lasciato in tutti noi una traccia,…in me un modo di vivere,&#8230;un&#8217;ideale.
Armando]]></content:encoded>
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		<title>noi dei palazzi, loro dei prefabbricati</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Nov 2005 20:25:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maynardo</dc:creator>
		
	<category>storie</category>
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quando ero piccolo il mio orizzonte era fatto di un paio di palazzacci identici al mio, una superstrada che li cingeva e decine di prefabbricati post terremoto, verdi acqua e dal tetto di lamiera. erano addossati l’uno all’altro confusamente. solo uno stradone con i dossi a dividerli. stracolmi di gente. pieni di bambini come me. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>
quando ero piccolo il mio orizzonte era fatto di un paio di palazzacci identici al mio, una superstrada che li cingeva e decine di prefabbricati post terremoto, verdi acqua e dal tetto di lamiera. erano addossati l’uno all’altro confusamente. solo uno stradone con i dossi a dividerli. stracolmi di gente. pieni di bambini come me. io credevo di vivere più che decentemente allora. io ero uno dei palazzi. avevo solo un fratello. mai avrei pensato che dopo un tot di anni sarei cresciuto, trasformato nella persona che sono, abbandonato quel quartiere e soprattutto che al posto di quei prefabbricati potesse nascere il parco più cementato d’italia.<br />non c’ero ancora il 23 novembre 1980. <a id="more-38"></a>sono venuto fuori una manciata di anni dopo. ma durante tutta la mia infanzia, il fantasma del terremoto girava eccome. nei racconti della gente. nelle crepe dei muri. nelle macerie delle case. nella paura che tutto si potesse ripetere. saremmo stati più preparati ora? a correre a perdifiato. a salvare la pelle. ci bastava essere nel novero dei sopravvissuti anche questa volta. questione di epicentro. se balli tu, allora ballo anch’io.<br />e ogni volta si diceva: “se il nostro palazzo ha resistito al terremoto dell’80 è di buona tempra. non può tradirci. salvo la catastrofe totale. ma la catastrofe totale non scampa nessuno. allora perché sopravvivere?” insomma discorsi agghiaccianti, se uno ci pensa. come se il cataclisma avesse indurito i cuori tanto che ognuno pensasse alla sua come una solitaria guerra contro il terremoto e escogitasse dei sistemi su come scamparla. sia chiaro: non è andata così. è che un bambino come me, non poteva che esorcizzare la tragedia, personificare il pericolo, tradurre il tutto in un grande gioco ad eliminazione.<br />tieni sempre i piedi ben poggiati a terra che in un attimo puoi sentire un fragore venire dal centro del mondo, un’occhiata al lampadario: si muove. anche i muri ballano. tutto viene giù. non toccare la tv. è solo tempo di scappare. non gridare. non serve. chi abita al primo piano, come mia zia, alla comodità di poter fuggire velocemente unisce lo svantaggio di poter essere sepolta da ben cinque piani di macerie. al sesto piano, conviene restare immobili, magari salire sul tetto, almeno governi la caduta. che mente bacata. noi siamo al terzo piano, dunque la nostra strategia deve tenere conto dell’intensità della scossa. per i terremotati dei prefabbricati è più facile, non gli può cadere nulla addosso. si salveranno questa volta. fai come se fossero già eliminati dal gioco.<br />che poi la circostanza per la quale eravamo ancora in gioco, non garantiva sul nostro benessere né sul decoro del nostro condominio. benché vi abitassero, per la maggior parte, coppie appena sposate, pochissime erano le donne che lavoravano, ancora di meno i laureati. ma ogni famiglia bene o male portava a casa almeno uno stipendio. non sprizzavamo di salute, ma si mangiava sempre. nei prefabbricati si mangiava quasi sempre e di malaticci disoccupati ce n&#8217;erano, eccome.<br />sotto i nostri palazzi, cunicoli bui e maleodoranti facevano da garage. si prega di non orinare sulla saracinesca, rischio marcescenza, mica per l’igiene. alcuni dei garage, i più lontani dalla strada, non erano nemmeno terminati. Il vulcanico costruttore era caduto in disgrazia e nessuno non se lo aspettava. in quei quadrati non rifiniti, parcheggiava chi non poteva permettersi un box tutto suo né l’auto nuova. allora ripiegava su un buon usato. e non l’ ho mai capito ma il buon usato che girava nei miei paraggi era sempre targato cn (cuneo).<br />dunque non vivevamo nel lusso, ma nei prefabbricati? ci sarò entrato dentro un paio di volte in tutto ad accompagnare mia madre e cosa volete che vi dica, sarà pure banale, ma cazzo era tutto decisamente angusto. quaranta/cinquanta metri per nuclei familiari spesso molto numerosi. per conquistare un po’ di spazio, si tiravano su delle mini verande, ma non è che si risolvesse molto. di pomeriggio masse di bambini bighellonavano per strada così era naturale che si formassero delle bande di pupi.<br />anche noi (dei palazzi) avevamo una banda. dai sei anni in su, prima solo in estate, poi praticamente tutto l’anno, col nostro inseparabile super santos, scendevamo in strada e giocavamo fino a tardi. eravamo in sette/otto, di cui due più che grassi, due più che magri, insomma poco adatti allo scontro fisico e per la verità un tantinello pavidi, d’altra parte poco più in là giravano sciami di coetanei agguerriti. fin quando i prefabbricati rimasero una casbah popolosa ed inespugnabile, era impensabile per noi oltrepassare il confine immaginario. anzi dovevamo difenderci da pericolose azioni intimidatorie delle bande avversarie (quelle dei bambini-prefabbricati), che, se volevano, s’abbattevano come un ciclone sul nostro campetto, requisivano il pallone, devastavano le porte, schiaffeggiavano il malcapitato di turno, e fuggivano via. era impossibile reagire. era meglio non reagire. a meno che non volessi anticiparli e nasconderti nei cunicoli bui e maleodoranti.<br />ma venne il tempo del primo sgombero. le nuove case popolari erano finalmente pronte. le prime famiglie iniziavano a traslocare e cominciava la demolizione dei prefabbricati. restavano enormi spazi vuoti. buoni per una partita di calcetto. magari di riconciliazione. in realtà ora che avevano perso parte degli uomini, il nostro coraggio si rianimava. eravamo pronti per una sfida ad armi pari che avrebbe sancito, senza dubbio, chi fosse il migliore. certo il clima, per noi ospiti (seppure a 80 metri da casa), non fu dei più accoglienti. cori ostili, sputi simulati, sottili violenze psicologiche in un campo persino regolare, per noi abituati a giocare in un rombo. insomma venne una sconfitta sonora. I prefabbricati ancora una volta si mostravano più forti dei palazzi.<br />e non fu un caso. le partitelle, per niente amichevoli, si ripeterono con esiti finanche più disastrosi. nel frattempo lo sgombero proseguiva e presto non ci fu che un solo prefabbricato. oramai eravamo i padroni di tutta l’area. non che ce lo fossimo meritati, era la storia accidenti che così aveva voluto. scorrazzavamo felici per lunghi sopralluoghi tra le macerie dei prefabbricati e raccoglievamo bretelle di plastica con cui costruivamo piste per le macchinine, finalmente fieri della nostra “palazzitudine”. ignari che di lì a poco il tempo avrebbe spazzato via quella fragile vittoria: l’adolescenza, le prime ragazze, i litigi, i due più grassi dimagriti, i due più che smilzi appesantiti. nessuno voleva più giocare a pallone e la paura del terremoto d&#8217;un tratto come svanita.<br />volutamente ho omesso cosa è stato il terremoto per l’irpinia, la macchina dei soccorsi, la solidarietà dell’italia e del mondo, la ricostruzione, i suoi scempi, i suoi miracoli. ma non avrei saputo dire molto. quello che so è come il terremoto è entrato prepotentemente nella mia infanzia, come ci sono entrati i prefabbricati. e la lezione che ne ho tratto. che sarò sempre un privilegiato. uno dei palazzi. che un posto dignitoso dove vivere, bene o male, lo troverà sempre. in ogni caso, se possibile, dio ci scampi un altro terremoto.<br />
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