Laviano

Gabriella Bianchi in storie Giovedì 5 Gennaio 2006
Salerno, 23 novembre 1980 ore 19,34. Avevo 17 anni e un paese luogo dell’infanzia: Laviano, tanti affetti…cugini…zii…amici… in particolare Diego e Fausto… miei cugini ma soprattutto miei amici, compagni di giochi, compagni d’avventura, tutte le estati, per i primi 16 anni della mia vita, le ho trascorse là, insieme a loro.
Estate 1980, ormai, a 17 anni, i primi amori… gli amici all’oratorio salesiano a salerno… decido, ed è prima volta, che quell’estate non ci andrò a laviano.
Potessi tornare indietro… potessi decidere diversamente… adesso avrei un ricordo dell’ultima estate con Diego e Fausto, prima che la notte li inghiottisse entrambi per sempre.
Per anni sono stati la mia ossessione. Per anni ho sentito forte il senso di colpa. Per anni ho pensato che solo il caso aveva voluto che io, come sempre, non mi trovassi insieme a loro proprio quella notte…..
Ogni giorno penso al mio paese, a come era bello, alle sensazioni semplici che mi trasmetteva, alla sirena del comune che avvisava che era ora di pranzo perchè anche i contadini sperduti nelle terre più distanti dal paese sapessero che era finalmente ora di mangiare. La festa patronale, i fuochi d’artificio, le partite di pallone nel cortile del castello, le voci di Fausto e Diego che, ancora oggi, mi risuonano nella mente….
Come era bello il mio paese. Adesso è una collina, ci sono perfino cresciuti gli alberi al posto del sangue e di tanti corpi straziati.
Adesso posso andarci solo con la mente: ne percorro le strade, ne vedo i colori, ne sento perfino i profumi, e nessuno me lo potrà più rubare…
Gerardo Lupo

Comments

  1. sofia
    Gennaio 8th, 2006 | 20:48

    …le circostanze della vita mi hanno consentito di “vivere un uomo” che per una intera vita ha continuato a far girare faticosamente e a vuoto la macina del proprio mulino personale,con e per l’idea che fosse impossibile una interazione emozionale su un “dramma devastante” quale è stato per lui il terremoto di Laviano…
    Un dolore vissuto in modo totale e per questo intimistico,espressione di una soggettività impenetrabile…”i vivi, erano morti…ed i morti diventavano vivi”, nella misura in cui la chiusura diveniva “ossessione”, “delirio”, e nell’idea che, la circostanza fortuita per lui di aver attraversato le stagioni della vita,potesse essere in qualche modo espiazione del dolore, del senso di colpa ed il semplice vivere inteso come “preparazione alla morte”.
    Io sono stata la destinataria di questo vissuto.. è stato “VITA E DOLORE” vedere insieme quella “collina”.Ho sentito come se in quell’istante ci si concedeva insieme il permesso di vivere, attraverso una comprensione per me difficile ma profonda poiché mi accingevo a capire una realtà che era “ il mistero di un uomo”attraverso la reciprocità dei sentimenti.
    Io ho capito, sentento il dolore di questo uomo, l’empatia, che più di qualsiasi atteggiamento positivo, converte il parlare in un vero dialogo silenzioso,e in definitiva trasforma il mondo degli esseri umani in un mondo di relazioni vive.
    Il terremoto di Laviano è stato il mezzo attraverso il quale lo amo.

    Sofia

  2. Luigi D'Aponte
    Novembre 27th, 2007 | 00:48

    Il terremoto del 1980 è riassumibile in una semplice proporzione matematica:
    90 secondi di terremoto:27 anni di ricostruzione = morte:profitto
    Quella maledetta sera del 23 novembre del 1980 io l’ho guardata dritto in faccia: la paura e la morte che viaggiavano tremendamente insieme all’onda tellurica, accecarono violentemente i miei occhi di bambino di 8 anni.
    Forse in quella sera, nelle drammatiche notti in auto che seguirono, nelle intere giornate passate in aperta campagna,
    lontani da casa, forse in quelle ore ho scoperto la paura, ho compreso il dolore, ho perso l’innocenza.
    Nella mia mente di bambino s’imposero inevitabili riflessioni sulla morte, sulla fine di tutto: d’improvviso, pensavo, tutto può scomparire? La mia casa, i miei giocattoli….poi la riflessione si faceva pesante, opprimente, insopportabile anche solo da pensare per un bambino: e se scomparissero anche i miei genitori? I miei fratelli? I miei amici? E cosa farei io, da solo, in mezzo a questa campagna, chiuso in un piccola Cinquecento Fiat trasformata in un letto fatto di plaids e cuscini?E se scomparissi anch’io? Ma che cos’è la morte?
    Per anni ho convissuto con il terrore che potesse accadere di nuovo, che d’improvviso la terra tremasse di nuovo, e che ad uccidermi non sarebbe stato il crollo del mio palazzo, ma la paura stessa del terremoto: sono cresciuto con la paura di morire di paura. Di notte mi addormentavo facendo tremare le gambe, e a mio fratello che mi chiedeva >, rispondevo >, ed il silenzio che mio fratello faceva seguire alla mia risposta, mi faceva intendere che anche a lui sembrava un buon antidoto alla paura quello che avevo trovato.
    Poi ci fu la tv, ma solo alcuni giorni dopo, quando piano piano e timidamente si provava a riversarsi in qualche casa per qualche ora: macerie, lenzuola sui morti, vigili del fuoco, tende, esercito, croce rossa, donne vestite di nero con fazzoletti in testa, elenchi e numeri di morti, il presidente Pertini, bambini come me che non c’erano più e padri baffuti coi vestiti sporchi di polvere che disperatamente e scavando con le mani, li cercano fra le macerie delle loro case; e ancora lacrime e dolore, veri però, come non li ho più visti in tv negli anni successivi.
    Nel dicembre di quello stesso maledetto anno (il 1980 fu quello delle stragi di Ustica e Bologna, degli omicidi Mattarella,Bachelet,Tobagi, dell’inizio della guerra Iran-Iraq, della nascita della rete televisiva “Canale 5″), scoprii anche il significato della parola solidarietà:a scuola, dove noi napoletani eravamo tornati dopo qualche mese dalla tragedia, si avviò una raccolta di generi di prima necessità per le popolazioni più colpite. Quando la mattina dopo mia madre mi accompagnò a scuola con una borsa stracarica di calzettoni, slip e maglie di lane,tutti acquistati nuovi, le chiesi per chi fossero, e lei rispose che servivano per i bambini dell’Irpinia sfortunati, per fargli trascorrere un pò meglio anche il Natale; gli risposi: >, mia madre logicamente rispose di no, ma a distanza di 27 anni nessuno mi ha ancora tolto dalla testa che quel giorno avevo ragione io: inviare anche qualche sogno in mezzo a tutte quelle macerie avrebbe aiutato molto di più qualcuno dei miei coetanei. O almeno io, nelle stesse condizioni, avrei preferito avere anche qualche giocattolo per continuare a restare bambino anche di fronte alla morte e al dolore.
    Il 23 novembre 2007, per un lavoro di ricerca nell’area dell’Alto Sele,mi sono ritrovato alla cerimonia commemorativa per le vittime del terremoto tenuta nel comune di Laviano, in provincia di Salerno.Tanti ricordi, ancora commozione nelle parole e negli occhi della gente, e amministratori locali ancora alle prese con una ricostruzione che quando è stata portata a termine, ha troppo spesso generato ancor più danni del terremoto:provate ad andare a Valva, sempre in provincia di Salerno,e guardate lo scempio architettonico che svetta sopra la cittadina:un mostro di cemento, travi in ferro, pilastri, scale senza piani, piani senza scale, ruggine, polvere, pozze d’acqua ristagnata, lo scheletro di un ipotetico, futuristico, irrealizzato, nuovo palazzo comunale….Un sito da segnalare nelle guide turistiche dell’area, perchè anche la violenza al territorio è un prodotto dell’uomo e va trasmessa a futura memoria.
    In quel 23 novembre 2007 per la prima volta mi sono ritrovato “faccia a faccia” con quelle donne, quegli uomini, anziani, giovani, bambini, che con me condivisero a qualche centinaio di kilometri di distanza, quel drammatico storico avvenimento, ma che, a differenza mia, non avevano potuto viverne il “dopo”. Il 23 novembre 2007, dopo 27 anni, ho conosciuto i morti del terremoto.
    300 croci, i morti di Laviano, disposti uno al fianco dell’altro, i familiari vicini, padri e figli, mogli e mariti.
    300 croci, praticamente un cimitero di guerra.E d è quello l’unico evento equiparabile: 2.914 morti, 8.850 feriti, 300.000 sfollati, oltre 100 comuni danneggiati, tre regioni coinvolte,17.000 kmq di superficie colpita,oltre 5.000.000 di persone coinvolte; sono queste le cifre di quella “guerra-lampo” della durata di soli 90 secondi.
    Guardando quelle croci, scoprendo quei volti, leggendo quei nomi, ho compreso quale fosse in quel istante e da 27 anni, il mio status: sopravvissuto.
    Io guardavo le loro croci, io avevo letto le loro storie, io forse avevo visto le macerie sotto cui erano stati sepolti, io sopravvissuto, posso oggi scrivere di quanto ci è accaduto.
    Io sopravvissuto posso chiedere rispetto e ricordo per quei morti.
    Un rispetto ed un ricordo calpestato e dimenticato da troppi, dai più.
    Per i media, tv e giornali, nazionali e locali, il 23 novembre 1980 sembra non esserci mai stato: il 23 novembre 2007 quasi nessuno di loro ha ricordato l’evento. E quando si dimentica, si uccide la memoria, e con lei si torna ad uccidere anche chi è già morto lì 27 anni fa.
    Rispetto e ricordo non appartengono di certo alla stragrande maggioranza della classe politica di questa regione, che per 27 anni ha vergognosamente lucrato su quei morti: con in testa gli esempi di irraggiungibile lerciume politico rappresentato dai vertici della Democrazia Cristiana campana degli anni ‘80, hanno pilotato, con avidità e spregiudicatezza da far impallidire le peggiori organizzazioni criminali mondiali, a proprio tornaconto personale, l’enorme flusso di contributi statali erogati per la ricostruzione:aggiornati all’anno 2000, il totale dei miliardi di vecchie lire investite dallo Stato Italiano e dai suoi contribuenti è stato di 58.640 miliardi, a cui si aggiungono qualche altro centinaio di miliardi di dollari giunti come aiuti da paesi esteri. La finanziaria 2006 ha stanziato altri 100 milioni di euro
    per la ricostruzione, e quasi altrettanto farà quella 2007.
    Il terremoto dell’Irpinia è stata la nostra guerra. La guerra di un’ intera region già drammaticamente colpita e affondata da altre drammatiche vicende. Il terremoto dell’Irpinia è la nostra guerra, ma è una guerra “fuori” dalla storia: non si insegna nelle scuole se non come trafiletto sui libri, non la si commemora civilmente, non la si ricorda sui media. E’ una
    guerra dimenticata, e come tutte le guerre dimenticate del mondo, porta con sè anche l’oblio dei morti, che, come in tutte le altre guerre dimenticate del mondo, anche in questa sono “poveri” morti, gente comune, popolo, subalterni, dunque “dimenticabili”.
    Io, da sopravvissuto, NON VOGLIO DIMENTICARLI!E invito tutti i sopravvissuti di quella guerra a fare lo stesso.
    Ricordiamoli e onoriamoli, per evitare che siano morti unicamente per ingrassare quella feccia umana che sulla loro morte ha speculato e si è arricchita rubando a loro, da morti, e a noi sopravvissuti, da vivi.
    Ricordiamocelo il 23 novembre 1980 e ricordiamolo ai chi non c’era: ricordiamolo ai bambini, insegniamo loro quanto sia effimera la presunta onnipotenza umana quando è piegata dalla inarrestabile forza di Nostra Signora e Madre Natura; insegniamo ai bambini quanto possa essere profondo lo squallore umano che spinge alcuni uomini ad approfittare della morte di loro simili, unico abominevole caso nel mondo animale.
    Il 23 novembre 1980 è stata la più sanguinosa delle sconfitte di una guerra iniziata per questa regione già molto tempo prima,e purtroppo, non ancora conclusa.

    luigi.daponte@yahoo.it

  3. Luigi D'Aponte
    Novembre 27th, 2007 | 00:51

    Il terremoto del 1980 è riassumibile in una semplice proporzione matematica:
    90 secondi di terremoto:27 anni di ricostruzione = morte:profitto
    Quella maledetta sera del 23 novembre del 1980 io l’ho guardata dritto in faccia: la paura e la morte che viaggiavano tremendamente insieme all’onda tellurica, accecarono violentemente i miei occhi di bambino di 8 anni.
    Forse in quella sera, nelle drammatiche notti in auto che seguirono, nelle intere giornate passate in aperta campagna,
    lontani da casa, forse in quelle ore ho scoperto la paura, ho compreso il dolore, ho perso l’innocenza.
    Nella mia mente di bambino s’imposero inevitabili riflessioni sulla morte, sulla fine di tutto: d’improvviso, pensavo, tutto può scomparire? La mia casa, i miei giocattoli….poi la riflessione si faceva pesante, opprimente, insopportabile anche solo da pensare per un bambino: e se scomparissero anche i miei genitori? I miei fratelli? I miei amici? E cosa farei io, da solo, in mezzo a questa campagna, chiuso in un piccola Cinquecento Fiat trasformata in un letto fatto di plaids e cuscini?E se scomparissi anch’io? Ma che cos’è la morte?
    Per anni ho convissuto con il terrore che potesse accadere di nuovo, che d’improvviso la terra tremasse di nuovo, e che ad uccidermi non sarebbe stato il crollo del mio palazzo, ma la paura stessa del terremoto: sono cresciuto con la paura di morire di paura. Di notte mi addormentavo facendo tremare le gambe, e a mio fratello che mi chiedeva “Ma ch’cazz fai?”, rispondevo “Accussì si vene o’terremoto, io nun me ne accorg”, ed il silenzio che mio fratello faceva seguire alla mia risposta, mi faceva intendere che anche a lui sembrava un buon antidoto alla paura quello che avevo trovato.
    Poi ci fu la tv, ma solo alcuni giorni dopo, quando piano piano e timidamente si provava a riversarsi in qualche casa per qualche ora: macerie, lenzuola sui morti, vigili del fuoco, tende, esercito, croce rossa, donne vestite di nero con fazzoletti in testa, elenchi e numeri di morti, il presidente Pertini, bambini come me che non c’erano più e padri baffuti coi vestiti sporchi di polvere che disperatamente e scavando con le mani, li cercano fra le macerie delle loro case; e ancora lacrime e dolore, veri però, come non li ho più visti in tv negli anni successivi.
    Nel dicembre di quello stesso maledetto anno (il 1980 fu quello delle stragi di Ustica e Bologna, degli omicidi Mattarella,Bachelet,Tobagi, dell’inizio della guerra Iran-Iraq, della nascita della rete televisiva “Canale 5″), scoprii anche il significato della parola solidarietà:a scuola, dove noi napoletani eravamo tornati dopo qualche mese dalla tragedia, si avviò una raccolta di generi di prima necessità per le popolazioni più colpite. Quando la mattina dopo mia madre mi accompagnò a scuola con una borsa stracarica di calzettoni, slip e maglie di lane,tutti acquistati nuovi, le chiesi per chi fossero, e lei rispose che servivano per i bambini dell’Irpinia sfortunati, per fargli trascorrere un pò meglio anche il Natale; gli risposi: “Ma nun er megl ca ce accattave qualche giocattol ?”, mia madre logicamente rispose di no, ma a distanza di 27 anni nessuno mi ha ancora tolto dalla testa che quel giorno avevo ragione io: inviare anche qualche sogno in mezzo a tutte quelle macerie avrebbe aiutato molto di più qualcuno dei miei coetanei. O almeno io, nelle stesse condizioni, avrei preferito avere anche qualche giocattolo per continuare a restare bambino anche di fronte alla morte e al dolore.
    Il 23 novembre 2007, per un lavoro di ricerca nell’area dell’Alto Sele,mi sono ritrovato alla cerimonia commemorativa per le vittime del terremoto tenuta nel comune di Laviano, in provincia di Salerno.Tanti ricordi, ancora commozione nelle parole e negli occhi della gente, e amministratori locali ancora alle prese con una ricostruzione che quando è stata portata a termine, ha troppo spesso generato ancor più danni del terremoto:provate ad andare a Valva, sempre in provincia di Salerno,e guardate lo scempio architettonico che svetta sopra la cittadina:un mostro di cemento, travi in ferro, pilastri, scale senza piani, piani senza scale, ruggine, polvere, pozze d’acqua ristagnata, lo scheletro di un ipotetico, futuristico, irrealizzato, nuovo palazzo comunale….Un sito da segnalare nelle guide turistiche dell’area, perchè anche la violenza al territorio è un prodotto dell’uomo e va trasmessa a futura memoria.
    In quel 23 novembre 2007 per la prima volta mi sono ritrovato “faccia a faccia” con quelle donne, quegli uomini, anziani, giovani, bambini, che con me condivisero a qualche centinaio di kilometri di distanza, quel drammatico storico avvenimento, ma che, a differenza mia, non avevano potuto viverne il “dopo”. Il 23 novembre 2007, dopo 27 anni, ho conosciuto i morti del terremoto.
    300 croci, i morti di Laviano, disposti uno al fianco dell’altro, i familiari vicini, padri e figli, mogli e mariti.
    300 croci, praticamente un cimitero di guerra.E d è quello l’unico evento equiparabile: 2.914 morti, 8.850 feriti, 300.000 sfollati, oltre 100 comuni danneggiati, tre regioni coinvolte,17.000 kmq di superficie colpita,oltre 5.000.000 di persone coinvolte; sono queste le cifre di quella “guerra-lampo” della durata di soli 90 secondi.
    Guardando quelle croci, scoprendo quei volti, leggendo quei nomi, ho compreso quale fosse in quel istante e da 27 anni, il mio status: sopravvissuto.
    Io guardavo le loro croci, io avevo letto le loro storie, io forse avevo visto le macerie sotto cui erano stati sepolti, io sopravvissuto, posso oggi scrivere di quanto ci è accaduto.
    Io sopravvissuto posso chiedere rispetto e ricordo per quei morti.
    Un rispetto ed un ricordo calpestato e dimenticato da troppi, dai più.
    Per i media, tv e giornali, nazionali e locali, il 23 novembre 1980 sembra non esserci mai stato: il 23 novembre 2007 quasi nessuno di loro ha ricordato l’evento. E quando si dimentica, si uccide la memoria, e con lei si torna ad uccidere anche chi è già morto lì 27 anni fa.
    Rispetto e ricordo non appartengono di certo alla stragrande maggioranza della classe politica di questa regione, che per 27 anni ha vergognosamente lucrato su quei morti: con in testa gli esempi di irraggiungibile lerciume politico rappresentato dai vertici della Democrazia Cristiana campana degli anni ‘80, hanno pilotato, con avidità e spregiudicatezza da far impallidire le peggiori organizzazioni criminali mondiali, a proprio tornaconto personale, l’enorme flusso di contributi statali erogati per la ricostruzione:aggiornati all’anno 2000, il totale dei miliardi di vecchie lire investite dallo Stato Italiano e dai suoi contribuenti è stato di 58.640 miliardi, a cui si aggiungono qualche altro centinaio di miliardi di dollari giunti come aiuti da paesi esteri. La finanziaria 2006 ha stanziato altri 100 milioni di euro
    per la ricostruzione, e quasi altrettanto farà quella 2007.
    Il terremoto dell’Irpinia è stata la nostra guerra. La guerra di un’ intera region già drammaticamente colpita e affondata da altre drammatiche vicende. Il terremoto dell’Irpinia è la nostra guerra, ma è una guerra “fuori” dalla storia: non si insegna nelle scuole se non come trafiletto sui libri, non la si commemora civilmente, non la si ricorda sui media. E’ una
    guerra dimenticata, e come tutte le guerre dimenticate del mondo, porta con sè anche l’oblio dei morti, che, come in tutte le altre guerre dimenticate del mondo, anche in questa sono “poveri” morti, gente comune, popolo, subalterni, dunque “dimenticabili”.
    Io, da sopravvissuto, NON VOGLIO DIMENTICARLI!E invito tutti i sopravvissuti di quella guerra a fare lo stesso.
    Ricordiamoli e onoriamoli, per evitare che siano morti unicamente per ingrassare quella feccia umana che sulla loro morte ha speculato e si è arricchita rubando a loro, da morti, e a noi sopravvissuti, da vivi.
    Ricordiamocelo il 23 novembre 1980 e ricordiamolo ai chi non c’era: ricordiamolo ai bambini, insegniamo loro quanto sia effimera la presunta onnipotenza umana quando è piegata dalla inarrestabile forza di Nostra Signora e Madre Natura; insegniamo ai bambini quanto possa essere profondo lo squallore umano che spinge alcuni uomini ad approfittare della morte di loro simili, unico abominevole caso nel mondo animale.
    Il 23 novembre 1980 è stata la più sanguinosa delle sconfitte di una guerra iniziata per questa regione già molto tempo prima,e purtroppo, non ancora conclusa.

    luigi.daponte@yahoo.it

  4. caterina lupo
    Ottobre 6th, 2008 | 11:02

    sono sua figlia e ho dieci anni

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