A Laviano, ostinatamente

Gabriella Bianchi in storie Venerdì 13 Gennaio 2006

Il terremoto. Già. Ho ricordi indelebili. 23 novembre 1980. Quanti anni avevo? Ventitre. E già una figlia  di un anno. Vivevo la vita come una sfida. Qualsiasi cosa purchè ci fosse l’occasione di andare oltre, di misurarsi con qualcosa o con qualcuno. Quasi mai niente di normale. E perciò quel pomeriggio ero con il mio amico di sempre a scalare una montagna, Monte Cairo, sui cui contrafforti sorge la famosa abbazia di Montecassino. Le correnti turistiche si fermano li, ma a noi interessavano le cime, i valloni, i panorami immensi, incantevoli e solitari delle vette maggiori dove nelle giornate terse si possono ammirare i monti dell’Abruzzo e le isole Pontine.
Monte Cairo, appunto. Salendo avevamo attraversato i boschi di querce e più in alto di faggio e i castagneti. Poi l’arroccata finale. Sulle parti sommitali la vegetazione è scarsa e si va dritti alla vetta, arrampicandosi sulla pietra carsica tipica del monte.
Era stata una bella giornata. Arrivati in cima ci eravamo rifocillati e poi distesi a riposare, tra cazzate, discorsi seri, risate e contemplazione del silenzio e di quella spettacolare immensità.
Era ora di scendere. Eravamo pallavolisti a tempo pieno alla ricerca di sfide. Era come liberare degli stambecchi. Via: chi arriva prima li, chi riesce a saltare su quella roccia…
Quella roccia. Su quella roccia a strapiombo su un precipizio Sergio improvvisamente si ferma e resta immobile.
“Che cavolo hai?”
“Mario ho l’impressione che debba succedere qualcosa”.
“Ma vaffa… Chissà che cavolo pensavo…”
“Mario, sul serio, ho un’impressione strana.”
“Sergio, lascia stare, hai respirato troppo ossigeno, scendi da quella cazzo di roccia e scendiamo che è tardi.”
Sergio guarda ancora giù, poi lentamente si gira e via ancora di corsa  verso casa.
Adesso siamo arrivati. Alla televisione c’è novantesimo minuto.
All’ improvviso un boato, la terra che trema, l’impressione di essere dentro uno shaker. La gente che scappa, le grida, la paura nei volti.
Le persone in piazza, la notte in strada, le prima notizie certe: in Irpinia e Basilicata ci sono paesi interamente distrutti, migliaia di morti. Il tempo è pessimo, i soccorsi sono difficili occorrono aiuti oltre a cibo, vestiti ecc.
Sergio, che facciamo? Andiamo?
Ok. Chiamiamo Alberto,  che porti la sua Renault 4, così possiamo caricare più roba.
Si riempie la macchina di tutto il possibile (cibo in scatola, vestiti ecc.), reperito in pochissimo tempo. Si passa quindi al nostro Comune e ricevute qui vaghe notizie sulla destinazione migliore (o peggiore, dipende dai punti di vista)  finalmente,  contro la volontà di tutti i parenti (ricordo ancora l’ostilità furiosa della mia prima moglie e la preoccupazione dei miei genitori) si parte.
Ce ne andiamo di notte. Tempo da cani. Freddo, pioggia e anche nevischio. Sappiamo che Sant’Angelo dei Lombardi e molti paesi vicini sono devastati.
Prendiamo quella direzione e arriviamo sul posto all’alba. I segni del terremoto sono immediatamente visibili, ma non sappiamo ancora quello che ci aspetta. Alcune strade sono interrotte da profonde spaccature e il terreno, in alcuni punti, sembra aver ricevuto terribili frustate.
Ci sono chek point dell’esercito che dirottano i soccorsi a seconda dell’equipaggiamento.
“Ragazzi, non avete abbigliamento adeguato, la situazione più avanti è troppo difficile per voi, vi apprezziamo, ma lasciate i vostri aiuti lì e tornate a casa”.
“Non abbiamo fatto tutta questa strada solo per portare un po’ di roba, sappiamo che serve gente per lavorare, noi siamo qua principalmente per questo”.
“Ragazzi, grazie, ma lì ci vuole pelo sullo stomaco. Non è roba semplice.”
“Dacci quello che serve: casco, guanti ecc. e lasciaci provare”.
“Ok. Va bene. Io però vi ho avvertito. Andate in direzione Laviano. Li vi daranno quello che vi serve.”
Laviano era un paesino sopra una collina. Pioveva e nevicava a tratti Non c’era molta visibilità. Avvicinandoci non abbiamo realizzato subito. Ma dopo! La sferzata del terremoto lo aveva fatto crollare su stesso,esattamente come le torri Gemelle di New York. L’unico spazio parzialmente libero da macerie era la piazza del paese, divenuta punto di ritrovo e organizzazione. Ogni descrizione comunque non avvicinerebbe alla realtà. Le fotografie pubblicate sul vostro sito sono più adeguate a ricordare quello scempio.
Mi fece impressione vedere automobili letteralmente “piallate” dai massi e, soprattutto, le case squarciate, aperte in due, con ancora i segni di una quotidianità recisa all’improvviso.
Ci muniscono dello stretto necessario e con poche parole ci chiedono dapprima di cercare i morti.
Ne ricordo uno in particolare, trovato sopra una montagna di macerie. Pesa incredibilmente e io e Alberto non ce la facciamo a portarlo giù. Prendiamo allora una porta per usarla come barella, ma scendendo cadiamo più volte inciampando sulle macerie. Ogni volta riprendiamo quel cadavere e lo rimettiamo su quella barella di fortuna. Scempio su scempio. Altri morti, solo morti.
Ci avevano detto di segnalare segni di vita.
Nel freddo e nel nevischio stavo esplorando una parte del paese, arrampicandomi su una collina piena di rottami e detriti quando, all’improvviso, sulla sua sommità vedo la copertura di una stalla miracolosamente in piedi e, sotto ad essa, un asino ancora vivo.
In tutta quella morte mi sembra un miracolo e allora preso da un’euforia incredibile inizio a gridare “E vivo!, E’ Vivo! E’ Vivo! Non la smetto di gridare. Gli altri da giù non vedono l’asino e non possono capire a cosa mi riferisco. Credono sia una persona. Tutti allora si affannano a salire e arrivati su mi gridano: dov’è, dov’è? Indico l’asino, che intanto mi guarda con occhi invasi dal terrore, intrappolato in cinque, sei metri quadrati e senza alcuna possibilità di fuggire, se non quella di buttarsi giù dalle macerie e morire.
“Ma è un asino?”
“Si”.
Un militare: “Ragazzo noi dobbiamo pensare alle persone, solo a quelle”.
“E l’ asino”
“Dobbiamo lasciarlo lì, c’è altro da fare, capisci”.
“Morirà”.
“Si, morirà.”
Mi mette una mano sulla spalla “Adesso andiamo giù, hai fatto anche troppo, devi riposarti”.
Vado giù. Continua a piovere e a nevicare a tratti. Il freddo è intenso. Riposarsi significa che prendo un contenitore con la pompa a spruzzo per il verderame, me lo carico sulle spalle e comincio a spruzzare il liquido sulla pancia dei morti , messi in fila sulla piazza. Non so che sostanza sia, ma so che occorre farlo per evitare il propagarsi delle infezioni. Alberto in un attimo di distrazione spruzza il liquido negli occhi di Sergio che resta accecato per ore.
Adesso mi chiamano. Ho un altro incarico. Siccome in paese la percentuale dei morti è altissima, c’è difficoltà a trovare persone che li possano riconoscere. Vengo adibito a questo incombenza. Accompagno parenti, amici, conoscenti ad identificare i cadaveri. Ogni volta che qualcuno di questi viene riconosciuto scopro nel volto di quel parente, amico o anche conoscente in un attimo ma contemporaneamente emozioni di incredulità, ira, dolore e alla fine, molto spesso, abbandono. Abbandono a un pianto, a un grido, a un gesto di rabbia contro il mondo.
E’ ormai buio. Siamo gli unici civili in quel posto di morte.
Bisogna ritirarsi al campo. Il campo è il campo sportivo più a valle adibito a tendopoli. Alla porta d’ingresso un ufficiale medico in almeno mezzo metro di fango, ci pratica un’iniezione sul sedere. Noi accettiamo senza neppure chiedere cosa sia.
Quanto fango c’era in quel campo, mai più visto così tanto e così profondo.
In quel contesto da tregedia ho trovato i migliori sentimenti dell’ uomo. Forse è vero che senza sofferenza la virtù avvizzisce. C’era comprensione, collaborazione, spirito di sacrificio, partecipazione al dolore degli altri. Lì più che altrove ho visto l’amore.
Ricordo, durante il viaggio di ritorno, la gente disperata che ci chiede un vestito, una scatoletta di cibo… Noi abbiamo consegnato tutto, ma possiamo dare un gesto di affetto, una parola di coraggio.
Non sono più tornato a Laviano. Con Sergio e Alberto a volte parliamo di andarci. Chissà.
Al ritorno ho dormito quasi due giorni di fila. Mai più successo in vita mia.
In quel posto ho visto la morte, ma ho imparato ad averne meno paura e ho conosciuto la forza della solidarietà.

Mario Tamburrini

Comments

  1. Gerardo
    Gennaio 13th, 2006 | 09:56

    rileggo la tua storia e mi vengono i brividi..in quel fango al campo sposrtivo di laviano c’ero anche io….ma in quel campo tante volte io c’ero andato a giocare a pallone con diego e fausto…tante volte avevamo scavalcato i cancelli chiusi per concederci un’ora di svago….poi il terremoto…che cancella tutto…e copre tutto di fango..perfino i ricordi più nitidi….e li nasconde nella notte più oscura che io abbia mai visto…..
    ma hai ragione tu…in quel fango l’italia intera si è amata..da nord a sud….e forse per la prima volta nella nostra storia siamo stati un popolo solo

  2. Gennaio 16th, 2006 | 18:56

    Ho sempre pensato di aver fatto poco e male in quella situazione e la precognizione che ebbi l’ho vissuta come una colpa nei confronti di chi perse un pezzo troppo grande della propria esistenza.
    Quello che dice Gerardo è giusto, vorrei aggiungere che rimane il rammarico di pensare ad un “uomo” che attiva la sua solidarietà solo in occasioni così enormi. Non dovrebbero essere i cataclismi a ricordarci la possibilità di essere uomini giusti.

  3. Alberto Bòrrea
    Gennaio 16th, 2006 | 20:34

    Sono l’Alberto del racconto di Mario Tamburrini. Ho rivissuto, leggendo, quelle ore terribili che mai ho potuto, e forse voluto, rimuovere dai miei ricordi.
    Avevamo poco più di vent’anni e, d’improvviso, la nostra vita non era più fatta, soltanto, di sport, di vacanze, di studi distratti, di ragazze da amare. Quel 23 novembre divenimmo uomini: attraverso il dolore, la disperazione, la tragedia di altri uomini. Non so se saremmo stati diversi da come siamo oggi se non avessimo vissuto quelle ore a Laviano. Ma certo è che non saremmo stati migliori di come siamo adesso.

  4. Gennaio 16th, 2006 | 20:37

    E’ bellissimo che vi ritroviate qui a raccontare quei giorni. Grazie. Gabriella

  5. Gennaio 16th, 2006 | 21:50

    Ciao, sono un dottorando in storia all’ università di siena sono di Teora e ho fatto prima la tesi di laurea e ora il progetto di ricerca sul terremoto, quindi questo blog-sito mi è sembrato una chimera….ho tanto materiale, anche inedito, (interviste raccolte da me sul terremoto) ma sarebbe interessante trovare altre cose..sto scrivendo un articolo su una rivista di storia sultema della memoria del terremoto.la mia mail è ventura80@libero.it, il mio blog http://teoraventura.ilcannocchiale.it.Scrivetemi in modo tale da scambiarci informazioni e opinioni. Complimenti, questo sito mancava, è una preziosa risorsa per ricostruire la storia di quei giorni e di questi 25 anni…

  6. Gennaio 21st, 2006 | 11:25

    Accettate il mio tono scherzoso
    Caro Alberto, dammi un parere legale ….
    potrei farti causa per quel liquido che mi spruzzasti negli occhi?
    La settimana prossima mi opero di cataratta a “soli” 47 anni. Deve essere per forza colpa tua.
    Per Gabriella, Gerardo e Stefano, se volete vedere i miei occhi e l’intervento di Mario sul mio spazio:
    http://spaces.msn.com/members/sitodipinko
    Buone cose a tutti.
    Sergio.

  7. Gennaio 24th, 2006 | 03:02

    anche io ero a laviano in quel periodo ,facevo parte del 66 btg valtellina di forli’,e nonostante siano passati tanti anni ricordo con dolore quei giorni di morte ,la mattina ero addetto al cimitero per disinfettare le salme che arrivavano eaccompagnare iparenti delle vittime per i riconoscimenti (quanti falivena,ciottariello ecc… nomi mai sentiti ma che non posso piu’ dimenticare.

  8. Silvana....figlia di Mario Tamburrini
    Marzo 5th, 2006 | 16:39

    Sai papà,
    non c’è persona che incontri che non mi dica: Sei identica a tuo padre…ma non solo ” esteticamente”…ma anche caratterialmente, al punto tale da far “rivivere” in certi miei gesti o comportamenti dei momenti vissuti con te…a “determinate persone”!!!!!.
    E oggi ti dico papà,
    che sono orgogliosa di essere la figlia di un “ragazzo”, che non è rimasto “indifferente” a tanto dolore, ma che quel giorno con un gruppo di amici , a cercato di portare conforto e aiuto a quella povera gente………….
    per questo e per molto altro ancora papà, sei per me il padre ” più buono del mondo!!”
    Ti voglio bene
    tua figlia
    Silvana (sissy)

  9. massimo
    Febbraio 9th, 2007 | 13:01

    Complimenti per la descrizione degli accaduti perchè mi fanno rivivere tante emozioni e fanno venire la pelle d’oca

  10. Febbraio 5th, 2008 | 22:57

    http://www.flickr.com/photos/luigidaponte/2067313576/

    Il terremoto del 1980 è riassumibile in una semplice proporzione matematica:
    90 secondi di terremoto:27 anni di ricostruzione = morte:profitto
    Quella maledetta sera del 23 novembre del 1980 io l’ho guardata dritto in faccia: la paura e la morte che viaggiavano tremendamente insieme all’onda tellurica, accecarono violentemente i miei occhi di bambino di 8 anni.
    Forse in quella sera, nelle drammatiche notti in auto che seguirono, nelle intere giornate passate in aperta campagna, lontani da casa, forse in quelle ore ho scoperto la paura, ho compreso il dolore, ho perso l’innocenza.
    Nella mia mente di bambino s’imposero inevitabili riflessioni sulla morte, sulla fine di tutto: d’improvviso, pensavo, tutto può scomparire? La mia casa, i miei giocattoli… poi la riflessione si faceva pesante, opprimente, insopportabile anche solo da pensare per un bambino: e se scomparissero anche i miei genitori? I miei fratelli? I miei amici? E cosa farei io, da solo, in mezzo a questa campagna, chiuso in un piccola Cinquecento Fiat trasformata in un letto fatto di plaids e cuscini? E se scomparissi anch’io? Ma che cos’è la morte?
    Per anni ho convissuto con il terrore che potesse accadere di nuovo, che d’improvviso la terra tremasse di nuovo, e che ad uccidermi non sarebbe stato il crollo del mio palazzo, ma la paura stessa del terremoto: sono cresciuto con la paura di morire di paura. Di notte mi addormentavo facendo tremare le gambe, e a mio fratello che mi chiedeva «Ma ch’cazz fai?», rispondevo «Accussì si vene o’terremoto, io nun me ne accorg», ed il silenzio che mio fratello faceva seguire alla mia risposta, mi faceva intendere che anche a lui sembrava un buon antidoto alla paura quello che avevo trovato.
    Poi ci fu la tv, ma solo alcuni giorni dopo, quando piano piano e timidamente si provava a riversarsi in qualche casa per qualche ora: macerie, lenzuola sui morti, vigili del fuoco, tende, esercito, croce rossa, donne vestite di nero con fazzoletti in testa, elenchi e numeri di morti, il presidente Pertini, bambini come me che non c’erano più e padri baffuti coi vestiti sporchi di polvere che disperatamente e scavando con le mani, li cercano fra le macerie delle loro case; e ancora lacrime e dolore, veri però, come non li ho più visti in tv negli anni successivi.
    Nel dicembre di quello stesso maledetto anno (il 1980 fu quello delle stragi di Ustica e Bologna, degli omicidi Mattarella, Bachelet, Tobagi, dell’inizio della guerra Iran-Iraq, della nascita della rete televisiva “Canale 5″), scoprii anche il significato della parola solidarietà: a scuola, dove noi napoletani eravamo tornati dopo qualche mese dalla tragedia, si avviò una raccolta di generi di prima necessità per le popolazioni più colpite. Quando la mattina dopo mia madre mi accompagnò a scuola con una borsa stracarica di calzettoni, slip e maglie di lane, tutti acquistati nuovi, le chiesi per chi fossero, e lei rispose che servivano per i bambini dell’Irpinia sfortunati, per fargli trascorrere un po’ meglio anche il Natale; gli risposi: «ma nun er megl ca ce accattave qualche giocattol?», mia madre logicamente rispose di no, ma a distanza di 27 anni nessuno mi ha ancora tolto dalla testa che quel giorno avevo ragione io: inviare anche qualche sogno in mezzo a tutte quelle macerie avrebbe aiutato molto di più qualcuno dei miei coetanei. O almeno io, nelle stesse condizioni, avrei preferito avere anche qualche giocattolo per continuare a restare bambino anche di fronte alla morte e al dolore.
    Il 23 novembre 2007, per un lavoro di ricerca nell’area dell’Alto Sele, mi sono ritrovato alla cerimonia commemorativa per le vittime del terremoto tenuta nel comune di Laviano, in provincia di Salerno. Tanti ricordi, ancora commozione nelle parole e negli occhi della gente, e amministratori locali ancora alle prese con una ricostruzione che quando è stata portata a termine, ha troppo spesso generato ancor più danni del terremoto: provate ad andare a Valva www.flickr.com/photos/luigidaponte/2187683070/, sempre in provincia di Salerno,e guardate lo scempio architettonico che svetta sopra la cittadina:un mostro di cemento, travi in ferro, pilastri, scale senza piani, piani senza scale, ruggine, polvere, pozze d’acqua ristagnata, lo scheletro di un ipotetico, futuristico, irrealizzato, nuovo palazzo comunale… Un sito da segnalare nelle guide turistiche dell’area, perchè anche la violenza al territorio è un prodotto dell’uomo e va trasmessa a futura memoria.
    In quel 23 novembre 2007 per la prima volta mi sono ritrovato “faccia a faccia” con quelle donne, quegli uomini, anziani, giovani, bambini, che con me condivisero a qualche centinaio di kilometri di distanza, quel drammatico storico avvenimento, ma che, a differenza mia, non avevano potuto viverne il “dopo”. Il 23 novembre 2007, dopo 27 anni, ho conosciuto i morti del terremoto.
    300 croci, i morti di Laviano, disposti uno al fianco dell’altro, i familiari vicini, padri e figli, mogli e mariti.
    300 croci, praticamente un cimitero di guerra. Ed è quello l’unico evento equiparabile: 2.914 morti, 8.850 feriti, 300.000 sfollati, oltre 100 comuni danneggiati, tre regioni coinvolte, 17.000 kmq di superficie colpita, oltre 5.000.000 di persone coinvolte; sono queste le cifre di quella “guerra-lampo” della durata di soli 90 secondi.
    Guardando quelle croci, scoprendo quei volti, leggendo quei nomi, ho compreso quale fosse in quell’istante e da 27 anni, il mio status: sopravvissuto.
    Io guardavo le loro croci, io avevo letto le loro storie, io forse avevo visto le macerie sotto cui erano stati sepolti, io sopravvissuto, posso oggi scrivere di quanto ci è accaduto.
    Io sopravvissuto posso chiedere rispetto e ricordo per quei morti.
    Un rispetto ed un ricordo calpestato e dimenticato da troppi, dai più.
    Per i media, tv e giornali, nazionali e locali, il 23 novembre 1980 sembra non esserci mai stato: il 23 novembre 2007 quasi nessuno di loro ha ricordato l’evento. E quando si dimentica, si uccide la memoria, e con lei si torna ad uccidere anche chi è già morto lì 27 anni fa.
    Rispetto e ricordo non appartengono di certo alla stragrande maggioranza della classe politica di questa regione, che per 27 anni ha vergognosamente lucrato su quei morti: con in testa gli esempi di irraggiungibile lerciume politico rappresentato dai vertici della Democrazia Cristiana campana degli anni ‘80, hanno pilotato, con avidità e spregiudicatezza da far impallidire le peggiori organizzazioni criminali mondiali, a proprio tornaconto personale, l’enorme flusso di contributi statali erogati per la ricostruzione: aggiornati all’anno 2000, il totale dei miliardi di vecchie lire investite dallo Stato Italiano e dai suoi contribuenti è stato di 58.640 miliardi, a cui si aggiungono qualche altro centinaio di miliardi di dollari giunti come aiuti da paesi esteri. La finanziaria 2006 ha stanziato altri 100 milioni di euro per la ricostruzione, e quasi altrettanto farà quella 2007.
    Il terremoto dell’Irpinia è stata la nostra guerra. La guerra di un’intera regione già drammaticamente colpita e affondata da altre drammatiche vicende. Il terremoto dell’Irpinia è la nostra guerra, ma è una guerra “fuori” dalla storia: non si insegna nelle scuole se non come trafiletto sui libri, non la si commemora civilmente, non la si ricorda sui media. E’ una guerra dimenticata, e come tutte le guerre dimenticate del mondo, porta con sé anche l’oblio dei morti, che, come in tutte le altre guerre dimenticate del mondo, anche in questa sono “poveri” morti, gente comune, popolo, subalterni, dunque “dimenticabili”.
    Io, da sopravvissuto, NON VOGLIO DIMENTICARLI! E invito tutti i sopravvissuti di quella guerra a fare lo stesso.
    Ricordiamoli e onoriamoli, per evitare che siano morti unicamente per ingrassare quella feccia umana che sulla loro morte ha speculato e si è arricchita rubando a loro, da morti, e a noi sopravvissuti, da vivi.
    Ricordiamocelo il 23 novembre 1980 e ricordiamolo ai chi non c’era: ricordiamolo ai bambini, insegniamo loro quanto sia effimera la presunta onnipotenza umana quando è piegata dalla inarrestabile forza di Nostra Signora e Madre Natura; insegniamo ai bambini quanto possa essere profondo lo squallore umano che spinge alcuni uomini ad approfittare della morte di loro simili, unico abominevole caso nel mondo animale.
    Il 23 novembre 1980 è stata la più sanguinosa delle sconfitte di una guerra iniziata per questa regione già molto tempo prima, e purtroppo, non ancora conclusa.

    Luigi D’Aponte

  11. Gemma
    Giugno 5th, 2008 | 18:14

    Ho letto tutti i commenti i racconti, ho i brividi, il 23 novembre 1980 avevo 4 anni, ricordo quei 90 secondi della scossa, ricordo anche alre scosse successive. Dormivamo all’aperto nella 500 io i miei Genitori e i miei 2 nonni. In quella sera capì sono a 4 anni che la vita non era solo di sorriso di gioco ma bensì di paura e di dolore. Anch’io sono rimasta sconvolta dal terremoto anche se avevo solo 4 anni, la notte non dormivo più e tutt’oggi quando sento scosse la notte dormo vestita, non so cosa darei per cancellare quei giorni.

  12. tecla
    Giugno 27th, 2008 | 18:16

    Ho solo 24 anni. Come mi raccontano sempre i miei genitori, sono fortunata perchè non ho vissuto quei tragici momenti. Anche loro sono andati a “scavare i morti” e non ne parlano mai, guardano altrove, persi nei ricordi.
    Noi giovani che siamo venuti dopo viviamo di riflesso questa tragedia. Ci hanno portato in giro per l’Irpinia (sono avellinese), ci hanno spiegato dove vivevano amici e parenti, ci hanno raccontato di paesi stupendi mentre noi li abbiamo visti sbriciolati, anche 6 o 7 anni dopo il sisma. Poi li abbiamo visti ricostruiti senza identità e memoria, fatti solo di cemento.
    Personalmente mi soffermo spesso a pensare alla mia città come me la raccontano gli adulti: bella, ridente, con i tavolini per il Corso pieno di gente. E poi la guardo ora, sempre più triste ed eterno cantiere di una ricostruzione infinita e mi sembra una beffa quella città fantastica di cui non ho memoria. Mi sembra una beffa perchè non è stata madre natura a rovinare la mia terra e quella di molti miei amici lucani, ma l’avidità e l’incuria dell’uomo che se n’è fregato di quella solidarietà di cui si parla nel racconto e l’ha calpestata e affogata nel fango che può essere quello del campo descritto sopra. Anche noi venuti dopo siamo testimoni di questo dolore che ormai ha 28 anni.

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