2 dicembre 1980
Non me ne vado. Dovranno cacciarmi con la forza. E se lo fanno, mi sparo. Gliel’ho detto: non me ne vado. Resto qui, vicino alla mia casa. Abbiamo montato la tenda. Anche se c’è il fango e verrà la neve. Anche se intorno non c’è più il paese. Se le mie vacche sono sotto due metri di calce, di pietre e di polvere, io resto. Hanno detto: "Non ti preoccupare, per ora raggiungi i parenti in Belgio, poi tornerai, quando avremo ricostruito la tua casa". Gliel’ho detto già cinque volte al sindaco. Sono vecchio e, se me ne vado, la mia casa non la vedrò più. Chi ci crede alle promesse. Chi ci crede alle loro illusioni. La casa non ce l’ho più. E cosa importa. La rifaccio. Mi daranno i soldi. L’hanno detto. E perché vogliono mandarmi via? Io lo so: perché devono sistemare tizio e caio, perché devono fare contento il nipote e il cugino, perché c’è sempre qualcuno che viene prima di un povero cristo senza santi e senza protettori. Lo so, cosa credono, lo so che a giugno si vota. Lo so che torneranno a presentare il conto e a chiedere voti. Lo so, sono fatti così. Prima promettono, poi pretendono. E quanti ne ho visti in una settimana. Di gente, con pale e picconi, con coperte e medicine, pane e acqua, poca. Ma di onorevoli, eccellenze e puttane da tre soldi: quanti ne volete? tutti qui sono calati, come i barbari. Ma io non me ne vado. Io resto. E mi farò la casa con i soldi loro. Dovranno darmeli, come li daranno a tutti. Vogliono il voto? farò come loro, sissignore. E sulla scheda ci disegno la faccia ingrugnata del ministro!




