25 novembre 1980
Non mi chiameranno più spina. Non batteranno più indice e medio canzonando. Non sono più basso un metro e sessanta. Oggi porto la medaglia in petto e comando cinque persone. Se dico una cosa, quelli la fanno e senza fiatare. Anche se io ho diciotto anni e loro più di venti. Anche se io faccio il soldato da una settimana e loro stavano in caserma da prima. Perché io quella donna l’ho tirata fuori da solo. Ieri il tenente non ci ha mandati nemmeno a dormire. La sera prima nessuno ci aveva contato i minuti di ritardo della libera uscita. Non si capiva più niente. Ci dissero di prendere tutte le coperte. Ci fecero salire sui mezzi e ci portarono in centro. Passavamo le coperte io e quelli della mia squadra. Non sono cose che ci competono. Noi siamo al Car. Un mese di addestramento nella caserma "Berardi" e poi via, verso altre destinazioni. Cosa ne sappiamo noi di terremoti e catastrofi?! Noi marciamo, stiamo sugli attenti, rispondiamo "comandi, signore!". Ma domenica è successo il finimondo. Pensavamo a una bomba in prefettura, quando, sul viale, quello largo con i platani a destra e a manca, abbiamo visto un polverone enorme in fondo al corso. E tutto che tremava, e la gente che scappava. L’ho sentito il botto. L’ho visto il cielo, che era rosso, diventare subito bianco. E ho sentito la terra che mi mancava sotto gli anfibi. Siamo tornati in caserma. Eravamo già lì, a due passi. E lì ci hanno detto che c’era stato il terremoto e che dovevamo prepararci a dare una mano. Raccogliere coperte e brandine, prendere badili e zappe. E quanti potevamo prenderne di badili?! Non facciamo i giardinieri. Noi marciamo, stiamo sugli attenti e diciamo "comandi, signore!". Io, una settimana fa ero ancora a Roma, con la mamma che mi stirava le camicie e mi preparava il caffè a mezzogiorno. E avevo i capelli lunghi e i jeans firmati. Nessuno mi chiamava spina. Anche adesso non mi chiamano spina. Sono il caposquadra. Ormai ho esperienza. Ho tirato dalle macerie una donna. E senza badile o zappa. Ho scavato con le mani. Stavo passando le coperte, quando ho sentito una voce. E la voce veniva da sotto gli anfibi. Ho avuto paura. Mi si è gelato il sangue. Ho chiesto aiuto. Ma nessuno che mi dava retta. C’era un vecchio seduto su una cassa, a due metri da quei lamenti. Guardava le pietre e ascoltava la voce. Gli ho detto: "Dammi una mano, scaviamo. Non senti?". Non sentiva niente. Guardava le macerie e basta. E mi sono buttato a terra. L’ho chiamata. Era una donna. Mi sentiva lei. Piangeva. Ho scavato. Toglievo le pietre con le mani. Quelle più grosse le prendevo a calci, fino a quando non ho visto una mano. L’ho presa. L’ho stretta e la donna non piangeva più. Mi dava coraggio. E io scavavo più veloce. Mi sanguinavano le mani. Avevo le dita bianche e rosse. Ma scavavo, fino a quando non l’ho tirata fuori. Il vecchio seduto si è alzato, è corso vicino e ha baciato la donna. Li ho lasciati lì per andare a cercare una barella, un infermiere, un’ambulanza. Ce l’ho fatta e adesso non mi chiamano più spina.





ONORE !