28 novembre 1980
Mi guardano e dicono sottovoce che sono confuso, scioccato, che non ho neppure la forza di piangere. Li guardo anche io e mi giro da un’altra parte. E non piango. Nossignore. Anche se hanno tirato dalle macerie mia moglie. Io sono salvo. Ero uscito per andare al bar a vedere la partita in televisione con gli amici. Gliel’avevo detto che non avrei cenato a casa. Non aveva fatto nemmeno storie, quella sera. Se non ci fossi andato, al bar, sarebbe ancora qui, mia moglie. Ma poteva dirmelo, come aveva fatto altre volte. Poteva dirmi: "Sabì, non ci andare al bar. Passiamo una serata assieme, io e te. E ci prepariamo una bella cena. Poi, visto che fa caldo, facciamo una passeggiata ai platani. Io e te". Me l’aveva detto tutte le domeniche. Perché non l’ha fatto? Le mie lacrime non se le merita. Ma come? eravamo sposati da un anno. Avevamo appena comprato la casa. Tanta fatica per il trasloco, ma era venuta proprio bella, con i mobili nuovi e le nostre foto su tutte le pareti del salone. Ecco le foto, in mezzo alle macerie. Anche la nostra storia è finita sotto le macerie. Ma io non piango. E come faccio?! Cinque giorni che sono qui a chiedere aiuto. Nessuno che voleva dare una mano. Dicevano: "Sabino, tua moglie stava al primo piano. Se quelli del quarto non sono usciti vivi, come vuoi che si trovi tua moglie?!" E io sempre qui, una pietra alla volta. Senza piangere e senza lamentarmi. Ho fatto la figura del coraggioso. Mentre la tiravano fuori, bianca come la paura, ho visto che aveva messo la vestaglia della prima notte. Mi si è stretto il cuore. Solo io sapevo come era bella con la vestaglia avorio di pizzo e i capelli neri sciolti, che cadevano sulle spalle, un po’ davanti, un po’ dietro. E invece adesso lo sapeva anche Peppino il fornaio! Stava mezzo metro più sotto, nella camera mia. Avete capito perché non piango? E io ho capito perché mi guardate e non mi dite niente. Cosa si dice in questi casi? "Condoglianze, Sabino" o "Non ti dare pena, Sabino".




