29 novembre 1980

Gabriella Bianchi in storie Giovedì 17 Novembre 2005

Io la conosco: è la signora del terzo piano. Scala A. La chiamano tutti la contessa, perché ha la donna delle pulizie e la donna che va solo a stirare. Abita nel palazzo di fronte al campo Coni. Quello grande e bello, con l’androne tutto in marmo e il portone in ferro battuto e i vetri colorati. Abita lì da dieci anni, da quando chi aveva i soldi, andava ad abitare in via Tagliamento. Quella era la zona residenziale. Tutti noccioleti intorno e il centro a due passi. C’è tanto verde, tanta campagna e non sembra di stare in città. Dal campo Coni si vede Montevergine. C’è Coluccino che bestemmia come un turco, anzi due. Il campo Coni è suo. Lui fa il custode, ma pulisce la pista di atletica come la contessa vuole il parquet splendente a casa. Cura il prato: non c’è un filo d’erba più lungo degli altri. E lo fa tutto con la falcetta, a mano. E ora nel campo Coni atterrano gli elicotteri, hanno montato le cucine da campo. Nel piazzale ci sono le macchine della gente che non vuole dormire a casa. Il pranzo e la cena tutti qui. Ognuno passa davanti al mio pentolone, prende la razione e torna alla macchina. Distribuisco io la pasta e fagioli, perché col vapore della pentola mi scaldo le mani. Fa freddo, c’è il fango a terra e ogni tanto piove. Io non ce l’ho il fisico degli altri e allora distribuisco pasta e fagioli. E’ un po’ scotta, un po’ azzeccata. Non profuma come quella di mia madre. Ma cuciniamo quello che ci mandano. E che ne sanno che il solito industriale abbuffino ha mandato i pacchi di pasta che avrebbe portato al macero?! Nei pacchi di fagioli c’erano pure i pappici. Tanto è tutto bollito. Ma non sempre è così. Il caseificio di Montella ha mandato le mozzarelle buone. E la contessa guarda tutto dalla finestra. Ha visto il camioncino del caseificio scaricare alle sette di stamattina e ora si presenta con le pantofole, il cappotto vecchio, che avrebbe regalato alla donna delle pulizie, e una sciarpa che, secondo me, l’ha bucata apposta. Arriva, si presenta con una pentola e chiede tre razioni. Io lo so che una è per lei e due per il marito. Così non le tocca di cucinare anche alla sera. Le mozzarelle gliele do io, le prendo a quelle avanzate nel piatto di Franco: "Signora, sono rimaste solo queste, sono aperte, ma il mio amico non le ha toccate!".

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